Celebrità «pavesi»

Sì, c'è un signore che ha inventato il parto cesareo. «Si pensa che si sia sempre fatto, si crede che Cesare sia nato così, ma non è vero: solo fino a 139 anni fa, una donna che doveva subire un cesareo era condannata a morte». Paolo Mazzarello insegna Storia della Medicina all'università di Pavia e fino a poco tempo fa era anche direttore del Museo per la storia dell'ateneo. «Ogni volta che entravo c'era l'utero di questa donna, Giulia Cavallini e gli strumenti usati da Edoardo Porro per operarla». Sono loro, Giulia Cavallini, nata ad Adria in Veneto e arrivata al San Matteo di Pavia nell'aprile del 1876, appena sposata e incinta già da mesi (il neomarito e padre del bambino era Carlo Dell'Acqua, cantante o «suggeritore drammatico» di Gambolò, una cittadina del Pavese) ed Edoardo Porro, medico milanese che dirigeva il reparto di Ostetricia a Pavia, i protagonisti di una rivoluzione. Mazzarello ha deciso di raccontarla in un libro, E si salvò anche la madre : «È stato Porro il primo a pensare di salvare entrambi, la madre e il bambino: è stato lui a inventare il parto cesareo e a cambiare la storia e la vita delle donne». Un medico italiano, giovane (nel 1876, l'anno dell'intervento, aveva 34 anni), «appassionato», che spesso «non si faceva neanche pagare» e che dopo la laurea in medicina aveva trascorso qualche anno a combattere fra i garibaldini, a Bezzecca e a Mentana, lui che pure «era molto cattolico, ma come molti giovani attratto dalla rivoluzione» e dall'ideale risorgimentale di pensiero ed azione, per cui «anche sul campo di battaglia faceva il medico».

Porro è a Pavia da pochi mesi quando si trova di fronte Giulia Cavallini, il caso che aspettava. Perché Porro «aveva pensato a lungo al problema», a come salvare madre e bambino: «Un'idea che era sotto gli occhi di tutti, eppure solo lui ha trovato una soluzione». Per secoli, una donna costretta al cesareo «era destinata a una fine terribile, la morte immediata per emorragia oppure dopo tre-quattro giorni, per setticemia». Morivano tutte? «Praticamente sì, i casi di sopravvivenza sono rarissimi e quasi miracolosi». Il cesareo era diffuso nell'antichità e nel medioevo, ma solo «per tentare di salvare il feto e battezzarlo»: cioè, quando la donna era ormai morta, si estraeva il bambino sperando che fosse ancora vivo (la Chiesa arrivò a raccomandare la pratica fra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo, per la cura delle anime dei piccoli). «È solo alla fine del Cinquecento che si tentano le prime operazioni su donne vive», ma la morte è talmente sicura che «sono considerate una violenza, un modo per uccidere la donna». E così si va avanti per secoli, fino al 1876: «Oggi in Italia il 37-38 per cento di donne partorisce con un cesareo, in Campania addirittura il 62 per cento: è un intervento ormai banalizzato, la gente non sa che fino a poco più di un secolo fa le donne erano condannate. È pazzesco, e ci dice anche di quanto ha fatto la medicina, troppo spesso criticata in nome di certe mode» dice Mazzarello.

Porro ha davanti a sé questi secoli bui per le donne, secoli di morti cruente, di ricoveri in ospedali agghiaccianti, di decessi all'ordine del giorno anche per una semplice febbre, una piccola infezione: e decide che vuole fare qualcosa, che vuole cambiare le cose. Giulia Cavallini è la sua occasione: «Alta 1,48, aveva il bacino deformato a causa del rachitismo che l'aveva colpita da bambina» e Porro «capisce subito che la situazione è drammatica: il canale del parto è troppo stretto, lui lo chiama “lo spazio perduto”». Per Giulia, «intelligentissima», significa la fine. Ma non per la mente di Porro: in un intervento «di circa un'ora» applica quella che poi sarà definita, nei libri di medicina, la Porro's operation, la «tecnica di Porro»: «Aveva capito che la causa delle emorragie e delle infezioni era l'utero, perciò lo asporta». Nasce Maria Alessandrina Cesarina: una bimba sana, che sta bene. La madre Giulia pure.

Certo, Porro l'aveva lasciata senza utero, e quindi sterile. «Allora come oggi, immediatamente dopo un progresso della scienza si pone un problema bioetico». Il problema se lo pone anche qualche invidioso che accusa Porro, il quale però va dal vescovo di Pavia e di fatto ne ottiene l'avallo per la sua operazione, con questa argomentazione: se ancora si castrano i ragazzi per farli cantare nei cori, a maggior ragione si potrà sterilizzare una donna per salvarle la vita. Da allora la tecnica si diffonde in tutto il mondo («poi è sostituita nel giro di una decina d'anni, ma ancora oggi si usa in situazioni di emergenza»), Porro diventa una celebrità, senatore del Regno, famoso e potente. «Però è un po' sfortunato: qualche anno prima, durante un intervento, si infetta di sifilide da una paziente». Morirà per questo, a sessant'anni, all'inizio del nuovo secolo, da «martire della scienza», l'uomo che per primo ha pensato di salvare anche le madri.

Camillo Golgi è il primo italiano a ricevere il premio Nobel, che gli viene attribuito per la medicina, per gli studi sul sistema nervoso. Golgi è a lungo professore di Patologia generale all'università di Pavia

Pioniere degli studi sulla criminalità e l'antropologia criminale, celebre per le sue teorie «forti» sulla fisiognomica, Lombroso studiò all'ateneo di Pavia e poi vi insegnò anche Psichiatria e Antropologia

Un altro illustre professore a ricoprire una cattedra all'ateneo di Pavia è Alessandro Volta: l'uomo che ha rivoluzionato gli studi sull'elettricità nella città sul Ticino insegna Fisica e svolge molti esperimenti

Medico e ginecologo, milanese nato a Padova, ha studiato a Pavia e proprio quando dirigeva il reparto di ostetricia del San Matteo ha effettuato una operazione rivoluzionaria: il primo cesareo moderno