Chiuse le indagini: Sana fu uccisa da padre e fratello in Pakistan

L'accusa della Procura di Brescia: «La ragazza strangolata perchè condivideva usi occidentali, è un delitto politico». In Pakistan furono tutti assolti

Due condanne, almeno in Italia. La Procura generale di Brescia ha chiuso le indagini sulla morte di Sana Cheema, la 24enne di origini pakistane, cittadina italiana, uccisa il 18 aprile di un anno fa nel villaggio di Mangowal Gharbi dopo aver rinunciato al matrimonio combinato. Il 20 novembre del 2017 il padre l’aveva anche picchiata con un oggetto in legno mentre una volta in Pakistan le aveva tolto il passaporto per non farla tornare in Italia. Poi era riuscita a tornare a Brescia.

La ragazza, che condivideva usi e costumi occidentali, era tornata in Pakistan per le vacanze nel marzo del 2018 e avrebbe dovuto prendere il volo del ritorno proprio il 19 aprile, giorno successivo alla sua morte. Ma la famiglia le aveva imposto un marito prescelto, come da tradizione locale. Così è stata punita, fino alla morte. Il procuratore generale Pierluigi Maria Dell’Osso ha accusato il padre ed il fratello della giovane di averla strangolata con un foulard, prima di coinvolgere un medico che avrebbe falsificato il certificato di morte e un cugino della ragazza che ha fatto da autista per il trasporto del cadavere, sepolto in un luogo diverso dalla tomba di famiglia. «Sono stati annullati diritti politici sociali fondamentali e assoluti della vittima che è stata uccisa per aver ripetutamente rifiutato il matrimonio deciso dai congiunti», ha riferito la Procura. Ma in Pakistan tutti i coinvolti erano stati assolti per mancanza di prove.

Ora a padre e fratello è contestata anche l’aggravante della premeditazione. Solo il padre di Sana è anche accusato di violenze «per aver maltrattato la figlia Sana rimproverandola aspramente per il suo modo di vivere in contrasto con le tradizioni della famiglia e della casta». È uno scenario terrificante, color rosso sangue, quello che va quindi delineandosi grazie a ricostruzioni e testimonianze incrociate. «Si tratta di un delitto politico perché offende i diritti civili di un cittadino italiano. Un omicidio così non può essere impunito», ha concluso Dell’Osso.

Commenti

Divoll

Gio, 30/05/2019 - 21:36

Nessun membro della sua famiglia dovrebbe mai piu' mettere piede in italia ne' in Europa. Anzi, non capisco perche' ai pakistani vengano dati permessi e cittadinanze, quando nel loro paese non hanno nessuna guerra, al punto che ci tornano a fare le vacanze. BASTAAAA