Il collezionista russo Ivanov e la spy story al museo Fabergè

Il magnate ha fondato il suo museo a Baden Baden. Ma quando ha deciso di regalare a Putin due pezzi della sua collezione si è ritrovato i servizi segreti alla porta

Al suol nome, i collezionisti iniziano a tremare. Perché quando Alexander Ivanov punta su un’opera d’arte, la ottiene: costi quel che costi (e lo diciamo fuor di metafora). Oggi è il collezionista più prolifico della Russia con un patrimonio d’opere di bilioni di euro. Dalla sua parte, ha fiuto degli affari e una passione debordante per la bellezza. E’ stato un imprenditore di successo. Tutt’ora si muove con senso del business, ma sul piatto della bilancia pesa anzitutto l’attrazione per l’arte. “Non ho jet privati o yacht. Non sono interessato alle griffe di nessun tipo. Provo gioia nello scovare e collezionare opere d’arte”, ci spiega in una delle sue rare interviste, nel museo Fabergé che ha fondato nella tedesca Baden Baden.

Ivanov è nato a Pskov, 52 anni fa, in un remoto lembo della Russia del Nord, fra Estonia e Lettonia, lo ricordano gli occhi di ghiaccio e un fare che miscela slancio alla russa e mitezza baltica. Ha un’indole imprenditoriale che neppure l'ultima stagione dell’epoca sovietica è riuscita a frenare. Durante gli studi di legge iniziava a fare i primi soldi commerciando computer, in quel torpore sovietico non poteva che avere successo uno come lui. “Compravo computer dall’ovest e poi li rivendevo in Russia, ma c’era un problema. Il governo sovietico non consentiva che tutti quei soldi venissero girati sul mio conto. Allora aggiravo il problema rivolgendomi a persone come Khodorkovsky, loro potevano acquistare per me, anche se questo comportava cedere il 30% del mio incasso. A un certo punto, mi ritrovai con sacchi e sacchi di rubli. E a trent’anni iniziai a usarli per comprare opere d’arte. Acquistai il mio primo Fabergé, un pellicano, nel 1992, inutile dire che gli sono particolarmente affezionato”, racconta.

A un certo punto, la collezione divenne una gigantessa difficile da gestire, basti pensare che Ivanov oggi possiede 4mila prodotti dei leggendari gioiellieri degli zar, i Fabergé appunto, firma - tra l’altro - delle leggendarie uova di Pasqua. Fu così che pensò a museo. Nel 2009, a Baden Baden, lanciava il museo Fabergé, Ivanov è stato così il primo russo a creare un museo privato nell’Ovest. Ha ristrutturato un palazzo, del valore di 17 milioni. Il sistema di sicurezza è tale da far impallidire la Pantera rosa, è costato infatti più di un milione di euro, “in compenso è supersicuro. Chi entra qui, non esce vivo” scherza Ivanov, o forse neanche tanto… Domanda, perché ha scelto Baden Baden e non Mosca o San Pietroburgo dove, tra l’altro, Viktor Vekselberg, altro bilionario, ha inaugurato un museo Fabergé due anni fa? Prima cosa. A Baden Baden c’è una sorta di colonia russa. Ben due zarine provenivano da qui, e dopo il collasso sovietico, non pochi russi hanno preso casa in questa città termale. “Quando ho deciso di costruire un museo, quindi 10 anni fa, la Russia non era ancora pronta. Immaginate le trafile della burocrazia russa? E poi, ho pensato che questa galleria potesse diventare anche un centro di cultura per i russi emigrati o in visita nell’Europa occidentale”.

Nel palazzo, tre piani di bellezza, ci sono 700 creazioni Fabergé, circa un quarto dell’intera collezione di Ivanov che si allarga a orologi, vasi, statuine…. In più, 100 gioielli di giada, come un Buddha appartenuto a Jackie Onassis, quindi gioielli Aztechi, Maya e Incas. Imperano le due uova in oro e diamanti che lo zar Nicola II - deposto in marzo - non poté donare alla moglie e alla madre.

In tutto questo, si inserisce pure una spy story alla Arthur Conan Doyle, ed è sintomatica dei difficili rapporti di Russia e Occidente in questi ultimi tempi. In dicembre, Ivanov ha donato al museo Hermitage di San Pietroburgo, un orologio e il leggendario uovo Rothschild del 1902, comprato da Ivanov nel 2007 al costo di 12 milioni di euro. “Era giusto che questi due oggetti tornassero in Russia, ed era opportuno che fosse Vladimir Putin, e non un privato cittadino come me, a donarli al museo in occasione del suo 250esimo anniversario”. Questa donazione ha attirato l’interesse dei media internazionali per fatti di spionaggi d’altri tempi. “Qualche giorno prima del dono - ci racconta Ivanov - sono piombati qui nel museo una quindicina di uomini dei servizi segreti inglesi e tedeschi. Hanno iniziato le perquisizioni accampando scuse di mancati pagamenti di tasse. Si è trattato di un vero e proprio raid con l’intento di bloccare l’espatrio dei due doni per l’Hermitage. Per la verità, l’uovo e l’orologio li avevo già trasferiti in Russia. Questo caso dimostra - tra l‘altro - quanto siano efficaci questi servizi segreti, altro che Cia e Kgb,. Hanno intercettato l’operazione di cessione delle due opere all’Hermitage ma poi non si sono saputi muovere”. Proprio qualche settimana fa, continua, un altro intoppo. “Quando aprii il museo, mi avevano concesso il diritto di vendere i biglietti d’ingresso al museo imponendo il 7% di iva anziché 20%. Ho documenti che lo dimostrano. Ora il governo viene a dirmi che sono fuori regola e che dovrei restituire la differenza di tutti questi anni”.

Il valore del museo è tale che uno sceicco arabo voleva acquistarlo per due bilioni di euro. “Non ero interessato alla vendita. Due bilioni di euro cosa sono: carta. Cosa ne avrei fatto? Che profitti potevo ricavare? Nel frattempo, invece, il mio Fabergé ha acquisito ancora più valore”. Ivanov spende all’anno fra i 5 e i 10 milioni di euro per arricchire la sua collezione. “Acquisto alle aste, ma anche da privati. Dipende. Per esempio, per un servizio di posate appartenuto al Maharaja di PatialaI avevo offerto 2.5 milioni di sterline prima dell’asta. Alla Christie's mi consigliarono di seguire l’iter dell’asta, e in effetti chiusi con 2 milioni di sterline”.

Ivanov ora è particolarmente intrigato dalle opere dei pittori tedeschi invisi al Nazismo, quindi degli anni Trenta-Quaranta. “Le loro opere sono travagliate in tutti i sensi, ed ora sono una rarità. Tante riuscirono a sopravvivere perché i Nazisti le avevano nascoste e poi i sovietici le avevano portate in Urss ritornandole dopo gli anni Cinquanta. E mi chiedo se mai gli Americani le avrebbero rese”, aggiunge ironico. Ivanov ha collocato il suo museo in Germania, critica la lentezza della burocrazia russa, ma è anche pronto a sostenere che “l’Europa non sempre osserva in modo oggettivo quanto accade in Russia. Prendiamo il caso Ucraina. E’ stata l’Ucraina per prima a bombardare Donetsk, l’esercito russo è arrivato per difendere la città, e non viceversa”, reclama. E lo dice in giorni in cui Putin, emarginato dall’Europa, sta stringendo alleanze sempre più strette con la Cina. Proprio mentre intervistiamo Ivanov, il capo del Cremlino ha festeggiato di fronte ad una parata imponete la vittoria della Russia sulla Germania nazista. L’ha fatto invitando circa 68 tra capi di stato e delegazioni, ma all’appello se ne sono presentati solo la metà.

Chiudiamo con una curiosità. Che rapporti intercorrono con il museo Fabergé di San Pietroburgo? “Quando ha aperto il suo museo, Vekselberg ha pensato anzitutto a un investimento. Per me è lo sbocco di una passione. Mi dicono che lui frequenti poco il suo museo, io appena posso sono qui”. Cosa vera. Lo osserviamo entrare nelle sale, e quando vede un visitatore particolarmente intrigato da un’opera o con fare inquisitorio, si accosta e spiega il contenuto dell’opera, come una qualsiasi guida del Museo. Durante la nostra intervista vede un personale interesse per Leonardo da Vinci. “Vuole vedere un suo quadro”? Di Leonardo? chiedo sbalordita. “Venga, mi segua”. Prende un mazzo di chiavi, e mi conduce in una sala del Palazzo Fabergé, apre una porta e c’è il paradiso: opere di Leonardo Da Vinci, Rembrand, Botticelli, dipinti cinesi…Prende i quadri li alza, li tocca, se li gusta. “Questi non vanno nel museo. Li tengo per me. Ho fatto un museo perché l’arte appartiene all’umanità e volevo condividere. Ma questo è un personale capriccio. Qualche oggetto lo tengo per me”. E racconta la storia sottesa ai suoi quadri preferiti.

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