Confindustria batta un colpo

Cosa aspettano gli industriali, magari attraverso la loro associazione nazionale, a prendere una posizione critica, chiara e netta verso il nuovo governo? Ieri, prima e dopo l'occasione fornita dall'assemblea di Federchimica - una delle maggiori organizzazioni (...)

(...) settoriali - le voci critiche sono state poche e timide. Mentre il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi, in un'intervista ha elencato i pro e i contro del programma pentaleghista. Mettendoli così sullo stesso piano. Per la Confindustria, si capisce, questo non può essere un passaggio facile. L'essere «governativi» è nel Dna degli industriali italiani, che attraverso la loro più alta forma rappresentativa hanno sempre trattato quello che gli interessava con tutti gli esecutivi della prima e seconda Repubblica; mentre nel 1934, per dieci anni, l'associazione aveva addirittura assunto la denominazione di «Confederazione fascista degli industriali». Con i governi del dopoguerra, monocolori Dc, di centrosinistra e infine di centrodestra, era facile individuare, di volta in volta, il compromesso virtuoso. Anche attraverso momenti di aspro confronto. Ma essere apertamente antigovernativi, questo no, mai, non c'era nessuna convenienza. Ora però c'è una situazione inedita: il primo governo italiano che non replica uno schema politico tradizionale e che è estraneo alle due grandi famiglie politiche, Popolari e Socialisti, del Parlamento europeo. Un esecutivo che, sui temi dell'economia, già con il suo programma si era collocato a distanza siderale dai temi cari a Confindustria, espressi nel documento delle assise generali di Verona del febbraio scorso. Quali il mantenimento delle principali riforme sul lavoro e previdenziali della passata legislatura, le infrastrutture, l'euro. Anzi, a ben vedere, è stato proprio sui temi economici che le prime indicazioni giallo-verdi sono le più anti-industriali che si siano mai viste. Prendiamo l'Ilva, che vuole essere smantellata: in un colpo solo si chiuderebbe la più grande acciaieria d'Europa e la maggiore industria del Mezzogiorno, causando problemi occupazionali proprio nel territorio che lo stesso governo vorrebbe risollevare. Prendiamo il no alla Tav e più in generale alle infrastrutture, che significa privare prospetticamente il Nord Italia da un ruolo europeo nel traffico delle merci provenienti da terra (sulla direttiva Est-Ovest) e dal mare (la Via della seta). Per non parlare, infine, del tema uscita dall'euro: non sta nel contratto di governo, ma è sempre lì come una minaccia. Mentre qualunque imprenditore che sta sul mercato sa che sarebbe una sciagura. In questo quadro gli industriali italiani, guidati da Vincenzo Boccia, hanno di fronte a loro un'opportunità storica: quella di rilanciare il peso politico della loro rappresentanza (in crisi da tempo) attraverso una posizione forte sui temi economici. Di fatto mettendosi all'opposizione. Ma a sostegno di quella parte del Paese che non ha mai smesso di produrre, esportare e fare crescita e sviluppo. Soprattutto al Nord. Ma anche al Centro e Sud, dove non mancano distretti industriali di eccellenza internazionale. Il Paese avrebbe bisogno dei suoi imprenditori, della loro voce per riconoscersi in un'élite meno distante. Serve coraggio.

Ma questa è l'occasione, più unica che rara.

Marcello Zacché