Così la crisi al buio terrorizza il Palazzo: tutti sono a rischio

A volte la paura tira fuori il coraggio. Nel giorno del giudizio Giuseppe Conte ha sfoderato gli artigli. Il suo «j'accuse» contro Matteo Salvini (non gli ha risparmiato neppure l'«affaire russo», agitando, di fatto, un drappo rosso per aizzare i magistrati), pronunciato con il ministro dell'Interno seduto accanto, gli ha conquistato la simpatia degli ex nemici piddini: forse non sarà lui il prossimo premier, ma si è iscritto di diritto nella rosa dei papabili. «Fantastico il commento del suo portavoce, Rocco Casalino sembrava Forlani. Un coniglio mannaro».

Altre volte, invece, la paura fa brutti scherzi. Ieri al Senato Salvini non ha dato il meglio di sé e il timore di non avere le elezioni, di non essere più al riparo nel governo e, magari, di dover subire un governo che nasce per emarginarlo con una nuova legge elettorale proporzionale, lo ha costretto a subire oltre agli insulti di Conte anche una porta in faccia dai grillini quando ha tentato di riaprire la strada ad un esecutivo gialloverde per ridurre i parlamentari, fare una legge di bilancio e andare alle urne: più che una proposta, una serie di convulsioni. Tant'è che il leghista Gianmarco Centinaio si è sorbito una battuta al vetriolo di Matteo Renzi in mezzo al transatlantico di Palazzo Madama: «Ma che avete fatto? Vi siete capottati nel parcheggio!».

E ancora: la paura di scansare i guai si sposa con la speranza di chi è nei guai. Così Pierluigi Castagnetti, amico di lunga data di un Mattarella per ora attento a non pestare troppo i piedi ai sovranisti, volge al pessimismo sul governo nascituro: «Io vorrei una legge elettorale proporzionale, ma per approvarla ci vuole un governo. Ed è difficile. Troppe le distanze tra il Pd e i grillini. Poco il tempo a disposizione per ridurle». Un ragionamento che fa rima con l'ultima speranza di Salvini: «Non hanno possibilità di mettere in piedi un governo ad agosto, a meno che non l'avessero già pronto».

C'è un sentimento che muove i fili in questa paradossale crisi di governo: appunto, la paura. «Il momento confida Pierferdinando Casini è dominato dalle paure di tanti. Addirittura penso che sotto sotto il Cav faccia gli scongiuri per avere un altro governo e non il voto». La paura pervade l'intero Parlamento. «Almeno l'80% dei deputati e dei senatori spiega il sottosegretario grillino Vito Crimi non vuole le elezioni. Elezioni che comunque non si terrebbero prima di marzo: basta farsi due conti e Mattarella li avrà fatti per scoprire che si rischierebbe l'esercizio provvisorio. Ci sono i timori di chi rifugge il voto e di chi, invece, lo vorrebbe perché gli risolverebbe un sacco di problemi. Zingaretti, ad esempio, vorrebbe le urne. Pensa che la campagna elettorale contro Salvini darebbe una ragione sociale a questo Pd. Pensa un po'. Solo che è un calcolo sbagliato. Eppure avrebbe pure lui tutto da guadagnare da una nuova legge elettorale proporzionale: una legge che bisognerebbe fare in silenzio. Una legge che terrorizza Salvini. Per evitare una simile prospettiva sarebbe pronto anche ad accettare l'umiliazione di tornare con noi, lasciando addirittura ad uno di noi il Viminale».

Già, i tormenti di Zingaretti che andranno in scena nella direzione del Pd di oggi, sono uno dei rebus di questa crisi. Tutti ne sono a conoscenza: c'è chi confida che sia solo tattica, convinto che alla fine il segretario sia pronto a dire «sì» al governo con i grillini; e chi, invece, sostiene che vorrebbe evitarlo perché qualcuno nella sua cerchia lo giudica scabroso. Così Renzi, vero motore del partito «anti-voto», per evitare scherzi nel suo intervento al Senato ha messo i dilemmi di Zingaretti sotto i riflettori: «Spero che qualcuno del nostro schieramento non aiuti Salvini in questa irresponsabile rincorsa alle urne». Poi ha spiegato i rischi che il segretario correrebbe ad impuntarsi in favore delle elezioni: «Zingaretti dovrebbe spiegare perché è andato alle elezioni per perderle e per perdere poi anche l'Umbria, l'Emilia. Sarebbe davvero difficile spiegare una mossa del genere, la ratio di chi corre verso la sconfitta. Anche perché le cose si stanno mettendo per il meglio. Non credo che si possa arrivare ad un Conte bis, ma l'ex premier potrebbe andare in Europa. Mentre per il governo i nomi seri sono Cantone, Giovannini e qualcun altro».

Divisioni nel Pd, ma anche tra i grillini. Del resto come potrebbe un grillino come Gianluigi Paragone, di origini leghiste, essere contento di un'alleanza con il Pd. «Un governo grillini e Pd? sospira Alla fine lo faranno. Tutti hanno paura di votare. Io, invece, alle elezioni ci andrei, ma naturalmente non mi ricandiderei. Tornerei alla professione».

Anche sull'altro versante, quello di chi agogna al voto e immagina un nuovo governo come un'agonia, regna la paura. Le speranze sono riposte proprio sui vari Zingaretti, o sui vari Paragone. «Come gira il vento confida Lorenzo Fontana, uno degli esponenti più vicini a Salvini si vedrà solo tra due giorni. Loro non hanno molto tempo e c'è chi si oppone a questo epilogo sia nel Pd, sia tra i 5 stelle». Eppoi c'è chi punta, avendoli visti da vicino, sull'imperizia dei grillini. «Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare» è il proverbio in cui si rifugia il sottosegretario all'Economia, Massimo Garavaglia. «E c'è bisogno aggiunge di due che sappiano lavorare. Ma con i grillini dove cavolo vanno...!».

Paure, timori, speranze per una «crisi» di governo che, a cose fatte, ora non vorrebbe aver aperto nessuno. Salvini si mangia le dita. I suoi sono disorientati. E i dubbi e i timori per il futuro si leggono tutti sul viso stralunato di Giancarlo Giorgetti, che siede proprio sotto Conte, mentre il premier strapazza Salvini: alla fine del discorso Salvini ignora Conte, mentre Giorgetti gli stringe la mano. Il numero due della Lega è interdetto, ancora si domanda come tutto questo sia potuto accadere. E a chi gli pone la fatidica domanda: perché Salvini ha tentato l'azzardo di Ferragosto? Risponde con un'espressione che è un poema, accompagnata solo da due parole laconiche: «Che volete che vi dica? Chi lo sa? Chiedetelo a lui». Una domanda che resta senza risposta e rimane un enigma. Solo che alla fine tanti destini sono in ballo in quella che Renzi ha ribattezzato «la crisi più pazza del mondo».

Una commedia poco seria, ma che rischia di trasformarsi per molti in dramma. «Niente paura!» è il sarcasmo di Stefania Craxi: «Visto che la politica non c'è più un buffone vale l'altro!».