Così Mafia Capitale ha ridisegnato la politica romana

Dagli arresti all'ascesa dei Cinque Stelle che

Quando la mattina del 2 dicembre 2014 deflagra l'inchiesta Mafia Capitale si capisce subito per la politica romana, a prescindere dall'esito del processo, si tratta di uno spartiacque. L'inchiesta sul "mondo di mezzo" vede per la prima volta una larga fetta dei politici locali di primo piano chiamati difendersi dall'accusa di corruzione.

L'inchiesta parte con Ignazio Marino sindaco, con una maggioranza di centrosinistra a guida Pd, i dem sono pesantemente coinvolti visto che tra gli indagati finiscono Mirko Coratti, all'epoca presidente dell'Assemblea Capitolina, e poi Daniele Ozzimo, che della giunta era assessore alla Casa. Nei mesi successivi le indagini coinvolgeranno anche l'ex capogruppo Pd Francesco D'Ausilio, il consigliere dem Pierpaolo Pedetti e quello del Centro Democratico Massimo Caprari. Non va meglio a destra, con l'ex sindaco Gianni Alemanno, inizialmente accusato con l'aggravante di "associazione mafiosa", che poi decadrà, l'ex capogruppo Pdl Luca Gramazio, consigliere regionale tuttora detenuto, e l'ex consigliere comunale Giordano Tredicine.

L'inchiesta ipotizza che la criminalità organizzata, tramite il sodalizio tra l'ex estremista di destra Massimo Carminati e il patron della Cooperativa 29 Giugno (che da lavoro ad ex detenuti) Salvatore Buzzi, abbia messo le mani sugli appalti per la manutenzione urbana e quelli per il sociale nella Capitale, una torta da milioni di euro ogni anno.

Il terremoto politico-giudiziario colpisce anche i vertici di Ama, l'azienda capitolina dei rifiuti, con le indagini a carico dell'ex ad Franco Panzironi e dell'allora direttore generale Giovanni Fiscon. La giunta Marino riesce ad andare avanti perché dalle carte dell'inchiesta l'allora sindaco emerge come un "ostacolo" per la prosecuzione degli affari di quello che la Procura ha individuato come un sodalizio criminale.

L'ex chirurgo vara una nuova giunta votata alla legalità, con l'innesto del magistrato antimafia Alfonso Sabella che va a curare il settore degli appalti, che resiste anche alla seconda ondata di arresti, a giugno 2015, ma non alla defenestrazione da parte del Pd che decide di far terminare la consiliatura dopo 28 mesi con le dimissioni in massa dei suoi consiglieri. I dem, nel frattempo, vedono la federazione romana del partito commissariata da dicembre 2014 fino a fine giugno di quest'anno, con Matteo Orfini come reggente chiamato a mettere ordine in un partito dilaniato dal sospetto di essere stato ben poco impermeabile alla corruzione.

Tra i pochi ad uscire indenni dall'inchiesta c'è il Movimento 5 Stelle, che beneficierà non poco della disaffezione dei romani verso i partiti consolidati seguita all'emersione dell'inchiesta. Una prova è il 67% ottenuto dai 5 Stelle lo scorso anno alle elezioni comunali, soprattutto nelle periferie, là dove erano più forti gli appetiti del sodalizio.

La sindaca Virginia Raggi ha giocato molto su questo tasto in campagna elettorale e tuttora non smette mai di ricordare gli effetti di Mafia Capitale sulla macchina amministrativa. Di sicuro c'è che molti dei 55 appalti congelati subito dopo l'avvio delle indagini e numerosi affidamenti diretti sono stati interrotti, si va dallo sfalcio dell'erba alla manutenzione urbana, e non sono ancora ripresi come è facile verificare percorrendo la città, specialmente in periferia.

Commenti

carlottacharlie

Gio, 20/07/2017 - 16:02

Tutti sinistri sinistrati, che strano!