Dire "mi hai rotto il c..." al proprio datore di lavoro non è un'offesa

Un operaio di un'azienda metalmeccanica era stato licenziato per aver detto al suo capo una frase scurrile. Ma per il giudice quell'espressione è giustificata dal contesto e quindi l'uomo è tornato al lavoro

Era stato licenziato perché aveva detto al suo datore di lavoro "mi hai rotto il c...", ma dopo due anni di sentenze è stato reintegrato: "Quella frase è giustificata dal contesto".

Nell'ottobre 2013, un operaio di un'azienda metalmeccanica di Fornacette (Pisa) voleva usufruire di un permesso, ma non trovava il modulo per richiederlo. Aveva chiesto aiuto in segreteria, ma continuava ad essere rimbalzato tra il capo officina e il datore di lavoro. Stanco dell'inefficienza del servizio, avrebbe detto al suo capo: "Mi hai rotto il c...". Il datore di lavoro, offeso da quella frase, lo ha licenziato.

L'operaio si è immediatamente rivolto ad un avvocato che ha fatto causa al datore di lavoro del suo assistito. Dopo 2 anni, il giudice si è espresso con la sentenza definitiva e ha spiegato che: "Quella frase rivolta al datore di lavoro, in determinati contesti, non può costituire motivo di licenziamento". "L’espressione non è un’ingiuria secondo la comune coscienza sociale. L'uso abituale di frasi volgari ha tolto le potenzialità lesive del termine." - ha sottolineato il giudice.

Il giudice ha supportato la sua tesi con una lunga argomentazione sull'evoluzione del costume e "la progressiva decadenza del lessico adoperato nei rapporti interpersonali". "Le parolacce - ha continuato il giudice - sono utilizzate anche in contesti formali e questo porta ad una attenuazione della portata offensiva. In questo caso, la frase incriminata è più dettata dal fastidio che dal disprezzo. L'operaio non voleva offendere nessuno, ma era stanco della situazione. E' normale che il lavoratore si trovasse in uno stato di irritazione perché le sue legittime richieste non erano prese in considerazione dall'azienda".

L'uomo di Fornacette è stato reintegrato nell'azienda ed è stato risarcito delle spese legali e dei contributi dal giorno del licenziamento a quello del reintegro. L'operaio non è stato condannato perché il contesto ha consentito una risposta di questo tipo, in altri casi, dove la situazione può essere gestita in altri modi, l'espressione "mi hai rotto il c..." è un'ingiuria e può provocare il licenziamento.

Commenti
Ritratto di mbferno

mbferno

Lun, 22/02/2016 - 14:55

Sicuramente la mancanza del modulo ed il continuo rimpallo tra uffici avevano lo scopo di "rendere difficile"al lavoratore usufruire del permesso (un diritto) per giunta pagato:un fastidio per il datore.Ben ha fatto il lavoratore ad apostrofarlo in quei termini come il giudice a reintegrarlo.

Ritratto di mortimermouse

mortimermouse

Lun, 22/02/2016 - 14:59

Perché non ci provate con i vostri capi del PD? :-)

sbrigati

Lun, 22/02/2016 - 15:35

Non voglio entrare nel merito della sentenza, (personalmente una frase o è sempre offensiva o non lo è ma), ma questo è il tipico caso, tipicamente italiano, dove la legge non si applica, bensì si interpreta.

jeanlage

Lun, 22/02/2016 - 17:21

Dire che i giudici ci hanno rotto il c. è vilipendio? Se lo è lo ritiro e d anzi affermo che i giudici ci hanno costruito il c.

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vraie55

Mar, 23/02/2016 - 00:05

il licenziamento per una parolaccia è come l'inferno per una bestemmia .. anche Papa Francesco l'avrebbe perdonato. Però ora non esageri ...

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giangol

Mar, 23/02/2016 - 10:35

licenziare l'intera segreteria che non hanno fornito il modulo! cazzo ci voleva a dirgli dove trovarlo!?!

paolonardi

Mar, 23/02/2016 - 13:04

Giudici con la toga tossa che sentenziano, senza averne il diritto, anche in mio nome. Prego questa genia di aggiungere alla formula: "in nome del popolo italiano" la postilla: "tranne che paolonardi".