Diventare genitori anche in caso di sterilità assoluta

La fecondazione eterologa prevede l'utilizzo di gameti maschili e femminili extra coppia. Il trapianto dell'utero

A partire dal 2014 è consentita anche in Italia la tecnica di procreazione medicalmente assistita (Pma) di tipo eterologo, ottenuta con la donazione di gameti (ovuli o spermatozoi) esterni alla coppia, che può essere utilizzata nei casi di infertilità assoluta, a differenza della fecondazione di tipo omologo che invece prevede l'utilizzo di gameti provenienti dalla coppia stessa. Perfino la Corte europea di Strasburgo stabilì nel 2012 che la Legge 40, con il divieto di accesso alla Pma eterologa, violava l'articolo 8 della Convenzione europea sui diritti dell'uomo che prevede il diritto di ciascuno cittadino al rispetto della propria vita privata e familiare. Ci sono però alcune procedure, previste dalle linee guida disposte dal ministero della Salute, ancora in via di definizione, relative ai criteri di selezione delle donatrici che prevedono ulteriori esami e che rendono inutilizzabili migliaia di ovociti giacenti nelle banche, potenzialmente disponibili all'impianto. Per quanto riguarda la donazione del liquido seminale, il problema è rappresentato dal conteggio del numero di gameti maschili che, per essere considerati «a norma» deve essere pari a 75 percentile, mentre sarebbe sufficiente avere il 25 percentile che corrisponde a 15 milioni di spermatozoi, ha sottolineato il dott. Andrea Borini, presidente della Società italiana di prevenzione della fertilità e direttore e responsabile clinico e scientifico di Tecnobios Procreazione.

Esistono, poi, particolari situazioni di sterilità dovute alla rimozione chirurgica dell'utero (isterectomia), associata alla presenza di patologie importanti come il tumore alle ovaie, alla cervice, l'endometriosi o l'assenza dell'utero e delle tube (sindrome di Rokitansky).

Così la recente notizia che per la prima volta una donna ha partorito un bambino dopo aver subito il trapianto dell'utero, ha regalato una speranza di maternità anche alle donne prive della funzionalità delle stesso. Il primo trapianto di utero (da vivente) è stato effettuato un anno fa in Svezia dal professor Mats Brannstrom, docente di ostetricia e di ginecologia all'Università di Göteborg a una donna di 36 anni. La donatrice era un'amica di famiglia di 61 anni in menopausa e madre di due figli. La nascita è avvenuta alla 31ª settimana con taglio cesareo e il bimbo pesava 1,8 kg. L'equipe di Brannstrom ha effettuato altri nove trapianti di utero negli ultimi due anni. In due casi c'è stato il rigetto che ha costretto i medici a rimuovere l'organo trapiantato, mentre sono monitorate altre gravidanze. Molto importante è specificare che viene trapiantato l'utero proveniente da donatrici già madri e che non rimane nel ventre tutta la vita, a differenza di cuore, fegato, reni o polmone. Una volta portata a termine la gravidanza viene rimosso con un altro intervento, per evitare terapie indispensabili per la conservazione di un organo finalizzato solo alla procreazione e non necessario alla sopravvivenza.