Docenti, scuola pubblica e paritaria: ma è libertà questa?

Ad agosto iniziano ad arrivare le telefonate dei colleghi: “ Ciao! Sono stato convocato per l’entrata in ruolo nello Stato. Cosa faccio?”

Ci risiamo con la solita storia e il solito copione. Scuola pubblica paritaria di eccellenza. Ci si congeda dai colleghi a metà luglio, terminati i lavori delle commissioni d’esame, definiti i contenuti delle interdiscipline e dei moduli CLIL, in poche parole con l’anno scolastico 2018 – 2019 pianificato e con l’orario praticamente fatto. Rimangono poche questioni che saranno definite durante il Collegio Docenti di inizio anno. Foscolo e le illusioni.

Ad agosto, infatti, iniziano ad arrivare le telefonate dei colleghi: “ Ciao! Sono stato convocato per l’entrata in ruolo nello Stato. Cosa faccio?”. Ovviamente si cerca di rincuorare il collega angosciato, invitandolo ad agire nella massima libertà. Poi ci si ripensa e ci si chiede: “Ma di quale libertà parliamo?” C’è libertà quando un docente serio, cittadino italiano e contribuente, che lavora da anni in una scuola pubblica paritaria, è costretto, nel giro di pochi giorni, a prendere una decisione che, probabilmente, comporterà il cambiamento della sua vita? No, non c’è libertà, c’è ingiustizia, una condizione iniqua. Certamente si potrebbe obiettare: “Ma il collega può rimanere dove si trova!” Certamente! Però con quale ricatto: se decido di rimanere nella scuola pubblica paritaria, vengo eliminato dalle graduatorie e devo quindi mettermi nell’ottica, nel caso, di rifare il concorso. E’ una situazione seria questa? Degna di un Paese civile? Non pare proprio. In gioco ci sono le vite delle persone, siano essi docenti o studenti.

Negli ultimi quattro anni abbiamo assistito ad una migrazione di docenti spaventosa. Aveva ragione quel funzionario del MIUR, nell’ottobre 2015, rivolgendosi ad un serio gestore di scuole pubbliche paritarie: “Sarete distrutti”. Sicuramente il problema del precariato, vergognoso tale e quale la mancanza di libertà di insegnamento, andava affrontato ma…la soluzione è stata peggiore del problema: assunzione in massa di docenti che non sono entrati in classe, ma sono rimasti in sala professori ad aspettare la malattia del collega o a ideare il progetto fumetto, il progetto mandolino, il progetto vetri colorati della scuola… Tutte attività degnissime, ma realizzate con docenti pagati per 18 ore settimanali. Esaltante, nell’attesa di decine di migliaia di pensionamenti… per tornare ad insegnare. Se proprio ci si vuole divertire, sono molto spesso i presidi delle scuole statali a riconoscere il valore culturale ed educativo apportato dai docenti abituati a lavorare nelle scuole pubbliche paritarie.

Ovviamente ci sono anche i docenti che rifiutano il posto nello Stato, guardati come lebbrosi dagli statali. Fa questa scelta non solo chi, per condizione familiare, può permettersi uno stipendio inferiore ma anche chi quantifica il costo di un lavoro sereno, che non procura l’ittero durante Collegi Docenti interminabili, il cui ordine del giorno non viene discusso interamente perché ci si incaglia sulla delibera dei giorni di vacanza o in cui il collega, che è solito usare espressioni colorite con gli studenti perché non ha superato la fase adolescenziale, deride il nuovo docente per l’abbigliamento semplicemente civile, camicia e pantaloni …

Sono racconti di docenti che hanno accettato il ruolo, nessuna invenzione. Si guardi in faccia questo sistema: profondamente ingiusto, che non tutela 1) gli studenti, per i quali la continuità didattica, e spesso la qualità dei docenti, rimane un miraggio, 2) i docenti, che vedono non rispettata la loro professionalità e la loro dignità, 3) i contribuenti, che vedono i loro soldi buttati in un sistema scolastico farraginoso, didatticamente ed economicamente inefficace. In questo scenario, l’unica soluzione possibile (la sottoscrivono i funzionari del MIUR e i Ministri intelligenti, ma non ascoltati) è la garanzia del rispetto del diritto alla libertà di scelta educativa della famiglia con la conseguente creazione di un sistema scolastico realmente pubblico e di stampo europeo, che veda la famiglia libera di scegliere tra l’offerta formativa di una scuola pubblica statale e quella di una scuola pubblica paritaria, a seconda dell’adesione ai principi del progetto educativo, senza vedersi costretta a pagare una retta se sceglie una scuola pubblica paritaria. In questo sistema anche i docenti - ci sono anche loro – sarebbero liberi di scegliere se lavorare presso una scuola pubblica statale o una scuola pubblica paritaria, a parità di stipendio, creando un sistema sulla base dell’esperienza francese: due graduatorie separate, il docente decide in quale graduatoria immettersi e viene chiamato di conseguenza direttamente dai presidi. Questo sarebbe un sistema libero, civile e rispettoso dei cittadini, tutti. Si arriverà un giorno ad un sistema veramente libero? L’alternativa è il degrado. O il regime.