Dossier, inchieste, terrorismo: "Operano come la mafia"

Nei documenti riservati dei servizi italiani la pericolosità dei Tabligh Eddawa non è nascosta. E la polizia avverte: "Agiscono come le 'ndrine calabresi"

“La pericolosità dei Tabligh Eddawa non deve essere sottovalutata”. Parla chiaramente il funzionario di polizia che ha fornito a Il Giornale alcuni dei dossier realizzati dalle forze di sicurezza italiane sulla setta dei “frati di Maometto”. Sin dal loro arrivo in Italia sono state raccolte informazioni sulle loro attività. Un rapporto del 2005, redatto dal Dipartimento Studi Strategici Antiterrorismo (DSSA), li inserisce tra le sigle islamiche da controllare per affrontare adeguatamente il terrorismo. Gli investigatori hanno cercato di arginarne le azioni di proselitismo, supporto logistico e finanziamento al terrorismo internazionale. In diversi i casi, esponenti Tabligh sono stati accusati di aver favorito le azioni criminali degli islamisti. “La polizia sospetta da tempo di noi - replica l’imam Abdel Hamid - ma non sono mai riusciti a dimostrare nulla”.

Non è proprio così. Nel 2005 vengono arrestati ed espulsi otto predicatori itineranti entrati irregolarmente nel Paese. Di loro non si sapeva nulla. Anche per questo il Cesis (Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza) scriveva che i Tabligh “mostrano caratteri di compartimentazione e segretezza affini a quelle delle sette”. Poi bisogna considerare i casi in cui alcuni membri hanno sposato il Jihad: da “Johnny il Talebano” (americano finito a combattere in Afghanistan) a Richard Reid (che tentò di farsi esplodere sul volo Parigi-Miami). Arrivando infine in l’Italia, dove nell’aprile 2015 un imam Tabligh, Hafiz Muhammad Zulkifal, risulta tra gli arrestati di una cellula terroristica. È stato fermato con l’accusa di aver raccolto fondi tra Bergamo e Brescia per finanziare terroristi di Al Qaeda: il procuratore lo ha definito un “uomo di spiccato spessore criminale votato alla propaganda radicale e alla ricerca di fedeli votati al martirio”. “I singoli possono sbagliare - ribatte però Hamid - ma l’organizzazione non ha responsabilità”.

Eppure, secondo la polizia, tra le criticità più evidenti della setta c’è il fatto di essere una “comunità familiare che si avvicina allo stampo mafioso-camorristico della nostra Italia”. “Sono come le ‘ndrine calabresi - spiega -: mai infatti si potrebbero sognare di fare una denuncia per terrorismo all’interno della comunità”. E così il “continuo lavaggio del cervello sulla necessità di tracciare una demarcazione tra la vera religione e l’empietà” porta a sviluppare “il rifiuto di ogni contaminazione occidentale e il senso di jihad interiore”. Sentimenti che vengono “sfruttati dal network terroristico islamico come un mix di base per indurre gli adepti psicologicamente più fragili e suggestionabili al salto di qualità”. Cioè arruolarsi per la Guerra Santa.