La generazione persa per colpa di Stato, scuola e famiglia

Come si perde una generazione? È quasi impossibile in tempi di ricostruzione e boom economico, e infatti dei nati negli anni '50 e '60 non s'è perso nessuno. Neppure i nati nei decenni della dittatura, dell'autarchia e del disastro bellico si sono persi. I nati negli anni '80 sì. Ora lo dicono i tecnici, Draghi, Boeri e prima di loro Ignazio Visco. Chi vive e lavora se n'era già accorto. Del resto, come non leggere nel risultato del M5S del 2013 anche lo sfogo di una parte di quei trentenni che hanno capito sulla loro pelle come stanno davvero le cose? Buoni ultimi lo ammetteranno i politici, che dovranno portare le soluzioni. Conoscere le cause e rimuoverle fa sempre parte di una cura efficace. Così, di nuovo: come si fa a perdersi una generazione? Non è facile, però con gli ingredienti giusti si può fare.

Per prima cosa, serve una scuola in cui i diritti degli insegnanti non siano solo più importanti del diritto degli studenti a ricevere una didattica di livello medio-alto. No, per perdere una generazione è essenziale che i diritti degli insegnanti siano gli unici in campo. I diritti degli studenti, come quello di avere ogni giorno in classe lo stesso professore per l'intero anno o ciclo, impegnato a svolgere bene il programma, impedendo il circo delle supplenze, nemmeno devono esistere. Un esempio concreto? L'insegnante che a giugno è incinta e a settembre comincia le lezioni. È già scritto che non sarà lei a terminare l'anno scolastico, per giustissime priorità di salute e maternità. Fatte salve queste, il dilemma è: conta di più il diritto degli studenti ad avere una didattica eccellente o quello dell'insegnante ad andare in aula finché può e finché le va, e tanti saluti ai ragazzi quando arrivano le nausee? Ma quest'ultimo, è ovvio. Sennò come te la perdi la generazione? Non basta ancora. La scuola deve essere anche non selettiva. Chi non ricorda i telegiornali celebrare come un successo il 99% di promossi alla maturità? Delle due l'una: o erano tutti dei geni o l'asticella del diploma era troppo bassa. La seconda, se vuoi perderti una generazione.

La scuola è importante, ma da sola non poteva farcela. Occorreva, ed è stata data, un'università ai limiti del ridicolo. Atenei dietro l'angolo, solo per moltiplicare cattedre e rettorati e sperperare (...)

(...) a pioggia soldi per una ricerca diffusa, microscopica e non coordinata. Professori che hanno la cattedra a vita, senza il minimo controllo sui contenuti della loro didattica, né sulla loro effettiva presenza alle lezioni. La contropartita? Un pezzo di carta chiamato laurea, inutile a trovarti un lavoro, ma utilissimo a gonfiarti ancora di più le aspettative e a metterti così fuorigioco nella partita dell'occupazione e della vita.

Ecco, le aspettative. È stato magistrale l'apporto delle famiglie che, satolle del loro grande piccolo benessere ormai raggiunto, hanno narrato la buona novella agli adolescenti. Avevano fatto i sacrifici, negli anni '60 e '70, ma adesso le cose erano sistemate. Il lavoro e ogni altro diritto erano garantiti a vita, e così sarebbe stato anche per la nuova generazione. Hanno però scordato di far cenno ai doveri: studiare per apprendere, impegnarsi, meritare, rendersi disponibili al sacrificio che è cosa diversa dalla resa disperata. Di volere ciò che tutte le generazioni avevano sempre perseguito: superare quella precedente. Ma perché mai? Adesso non c'era più nulla da superare, andava bene così, con la casa di proprietà e l'automobile. Per occuparsi finalmente dello spirito: la cultura (quella vera), il cinema, le nuove arti, lo sport. L'età dell'Acquario. E sia. Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. O no? No, se nel frattempo il Paese si trasforma nel villaggio globale, popolato da giovani affamati e disponibili.

Servono tutte queste cose insieme per perdere una generazione. Ma la sicurezza ce l'hai se anche lo Stato ci mette del suo: frena ogni sano spasmo economico, drena metà della ricchezza che si produce e poi ne spreca una buona parte. Non è stato affatto facile perdersi una generazione, ma noi italiani ce l'abbiamo fatta. Ora la domanda è: abbiamo smesso o ce ne stiamo perdendo anche altre?

Pier Luigi del Viscovo