"Google ci fa vedere tutto. Ormai i nostri viaggi sono solo di seconda mano"

È il più grande storico del "Gran Tour" e fa i conti con il turismo di massa: "Per visitare venezia oggi bisogna aspettare l'acqua alta"

«Devo molto a Indro Montanelli. Verso la fine degli Anni Settanta mi chiese un articolo per ricordare la morte di Thomas Stearns Eliot. Credo avesse avuto il mio nome da Carlo Bo, suo amico e rettore a Urbino, dove io allora insegnavo. Da lì in poi, per diversi anni ho collaborato al Giornale con assiduità. È stata un'esperienza che mi ha aperto un mondo parallelo a quello che allora frequentavo, quello dell'Università. Diciamo che mi ha deaccademizzato, in tutti i sensi». Attilio Brilli, 82 anni, nato a San Sepolcro e da anni con casa, ovviamente stracolma di libri, ad Arezzo, di mondi ne ha frequentato e frequenta almeno un paio.

A dargli probabilmente la maggiore notorietà, anche a livello internazionale, è stata l'attività di storico della letteratura di viaggio. Con almeno una decina di volumi sull'argomento (molti pubblicati dal Mulino), è considerato uno dei più grandi conoscitori mondiali del Grand Tour, il viaggio in Italia, che era allo stesso tempo percorso di formazione umana e intellettuale e che per secoli ha contribuito in maniera decisiva a formare l'immagine della Penisola tra le classi colte del resto d'Europa. L'altro mondo, quello in qualche modo ufficiale, è l'incarico di professore, oggi in pensione, di letteratura inglese, tra l'altro all'Università di Bologna e per lunghi anni a quella di Siena.

Due passioni che in realtà non sono affatto distinte: «La letteratura di viaggio l'ho scoperta quando la Mondadori mi incaricò di tradurre, da docente di letteratura inglese, un librò di John Ruskin, Le pietre di Venezia, che doveva essere pubblicato per una collana ormai scomparsa, Le Palme. Ecco, in quell'occasione mi accorsi che si poteva rileggere la tradizione del viaggio in Italia. Non si trattava ovviamente di andare a vedere chi era andato dove. Ma di riflettere su come nel passato ci hanno visti e sotto certi aspetti su come ci hanno fraintesi». Da lì è iniziato il percorso in quasi quattro secoli di viaggio nella Penisola. Fino al libro più recente, Gli ultimi viaggiatori, che affronta i resoconti di chi, da Virginia Woolf a Jean Paul Sartre, l'Italia l'ha vista nel corso del Novecento. «Ho dovuto fare i conti con un fenomeno, quello della residenza temporanea. Ormai se ci si interessa a un Paese, se lo si vuol conoscere, ci si va ad abitare. Guardi il Chianti colonizzato dagli inglesi, ma anche cittadine come Cortona o, più recentemente, le Marche. Ma questo non è più il viaggio nella maniera antica, a cui anche nell'ultimo volume ho cercato di rimanere fedele».

Parlando di viaggiatori, ora la difficoltà maggiore è forse ancora più sostanziale: la vera e propria impossibilità della scoperta: «Siamo stati dappertutto e troviamo tutto scodellato, pronto, già visto. Le mappe e le foto di Google ci hanno già mostrato quello che c'è da vedere. Il rischio, poi è che dietro Google rimanga solo il vuoto». Così secondo, Brilli, rispetto al passato ora per viaggiare bisogna adottare strade nuove: «Prendiamo Venezia, invasa da un esercito di turisti. Ora per vederla davvero bisogna andarci in gennaio, possibilmente con l'acqua alta che tenga lontano tutti gli altri. Ho trovato il resoconto di uno scrittore francese che l'ha visitata durante la prima guerra mondiale, quando il coprifuoco e l'oscuramento deciso per timore dei bombardamenti nemici le restituivano un'atmosfera d'altri tempi. Il buio, scrive il viaggiatore, ha resuscitato il mistero di una città dove Casanova e Lord Byron si muovevano nell'oscurità più assoluta». Secondo Brilli, proprio questa è un'altra strategia per la scoperta 2.0: «Gli ultimi viaggiatori si muovono spesso sulle orme di altri viaggiatori del passato, sulle tracce lasciate dai loro racconti».

In tutti i casi nel corso dei secoli lungo cui si svolge il Gran Tour, l'atteggiamento di gran parte degli stranieri, anche di quelli innamorati dell'Italia, non è cambiato di molto: «L'approccio più diffuso è quello di privilegiare i luoghi piuttosto che le persone. Gli italiani sono considerati come comparse, con un ruolo puramente subalterno. Un poeta russo che arriva in Italia ai primi del Novecento, Aleksandr Blok, scrive che la Penisola è ricca di passato e povera di presente e che gli fa venire in mente l'inferno dantesco, nel senso che vive nel riverbero anziché delle fiamme, del passato».

Ma non è questo il solo atteggiamento comune tra gli osservatori stranieri: «L'altra caratteristica è la tendenza a interpretare la Penisola leggendo tutto attraverso una chiave di matrice rinascimentale. Personaggi come Federico da Montefeltro o come i Malatesta sembrano ancora viventi in molti resoconti. Ed è questo per esempio il filtro con cui gran parte della pubblicistica e degli scrittori americani ha visto il personaggio di Mussolini».

Solo in tempi recenti la lettura si fa più vicina e penetrante: «I resoconti più attenti e meno gelidi sono quelli degli spagnoli che stanno vivendo il periodo del franchismo o degli irlandesi, che sentono una vicinanza da confratelli. C'è un caso interessante, quello di uno scrittore inglese, Charles Lister, a cui nei primi anni Sessanta un giornale londinese affida un reportage da Roma a Brindisi. Ci impiega talmente tanto che alla fine sarà licenziato, ma il suo sguardo è lontanissimo dai tradizionali pregiudizi anglosassoni, sembra piuttosto trarre spunto dalla sensibilità sociale e culturale di Carlo Levi». Quanto alle preferenze di Brilli, che praticamente ha letto ogni riga sia stata scritta sull'Italia nel corso di quattro secoli, nel suo empireo degli interpreti della Penisola figurano quattro o cinque nomi. «Ruskin con le sue opere mi ha aperto un mondo. Poi c'è l'Henry James delle Ore italiane, che ho curato per Garzanti: un testo difficile con echi che richiamano Goethe ma con un grado maggiore di ambiguità. Un editore torinese mi chiese poi di curare i testi di Goethe e Stendhal che restano fondamentali, ma l'opera forse più sorprendente è di Edith Wharton, Scenari Italiani. Il libro è composto da una serie di schizzi sui suoi soggiorni italiani avvenuti tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento: vuole evitare i percorsi più conosciuti perché è consapevole che, tra racconti e immagini, il viaggio oggi è sempre un po' di seconda mano. Per questo va a caccia di un'Italia sconosciuta. Il suo è un approccio modernissimo. E soprattutto mi ha fatto scoprire località, anche qui vicino a casa mia, che non conoscevo affatto».