I giovani non cercano lavoro: truffati da ipocrisia e politica

In Italia record di ragazzi inattivi

Contare i giovani «inattivi» oggi è un esercizio da contabili, un passatempo per profeti di sventura. Le conseguenze vere le vedremo solo nei prossimi anni. I record italiani di Neet, i giovani «not in education, employment or training», quelli che non lavorano, ma nemmeno si danno da fare sui libri, rendono solo il racconto asettico di una generazione paralizzata, un gioco buono per gli statistici e per riempire qualche commento. Ma finché a sostentarli penserà il welfare familiare, quello dei vecchi che tappano le falle occupazionali dei figli grazie alla generosità ormai perduta delle pensioni, ci illuderemo che la depressione cosmica inflitta, e in parte auto inflitta, a un'intera generazione sia un fenomeno marginale. L'ultima fotografia di questo fenomeno ce la fornisce la Commissione europea: nel 2016 il 19,9 per cento dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni è entrata in questa bolla che li esclude da studio e lavoro, cioè dalla vita attiva che per il resto del mondo è la normalità, pur con i suoi alti e bassi. Siamo, con Romania ed Estonia, gli unici Paesi d'Europa ad aver visto aumentare questo fenomeno. E aumentare fino a ritrovarci con percentuali quasi doppie della media dell'Unione, che è di poco al di sopra dell'11 per cento. Quando i vecchi non manterranno più i giovani, scopriremo come abbiamo creato una generazione intera di bisognosi. Sono i ragazzi che ancora si cullano con l'illusione delle proteste No global, mentre il mondo si è globalizzato da un pezzo. Quelli che hanno continuato a dar retta agli slogan ammiccanti della politica assistenzialista e si sono confortati rispecchiandosi nel racconto pietistico costruito da decine di film piagnoni sulla precarietà. Quelli che a un sondaggio Censis diffuso ieri, in sei su dieci hanno raccontato il lavoro come «la fine di un sogno». Nel 2008 le prime pagine dei giornali erano state invase dal racconto choc di Tutta la vita davanti, il film che raccontava la precarietà giovanile attraverso la vita nei call center delle compagnie telefoniche. Regia di Paolo Virzì, tratto da un romanzo di Michela Murgia, due dei massimi cantori del pessimismo cosmico che ha cullato questa generazione. Sono passati dieci anni e mentre in Italia si pensava a lamentarsi, l'industria dei call center è maturata e in gran parte ha delocalizzato in Albania e oggi ci lamentiamo di aver perso quei posti di lavoro che prima disprezzavamo. Una parte dei giovani in realtà è ormai lontana dalle sirene del lamento, ha capito che il mondo è cambiato e che, se è vero che certe sicurezze non ci sono più, è anche vero che c'è la possibilità di realizzare grandi cose accettando di essere più autonomi, più responsabili di se stessi. Il problema casomai era, ed è, di combattere i vincoli che la burocrazia, le tasse e gli interessi delle corporazioni dei mestieri impongono a chi vuole darsi da fare. Per buona parte di questi giovani forse è tardi per cambiare mentalità. Per gli altri il primo rimedio sarebbe di svelare certi giochetti linguistici dei politici che parlando di «redistribuire la ricchezza» e «dare lavoro», fingendo di ignorare, come se fossero, la ricchezza e il lavoro, beni disponibili che non vengono distribuiti solo perché c'è un partito dei cattivi che non vuole. Entrambe le cose, invece, vanno create e conquistate sul mercato. E una parte del ricavato servirà a pagare lo stipendio ai politici, non viceversa, purtroppo.