Le mani dell'Isis sull'Italia, ecco le chat dei reclutatori: "Il Califfato è gratificante"

Apologia subdola e indiretta sui social network. La cellula dell'Isis in Italia cercava combattenti da inviare in Siria: "Ti danno il pane gratis e la polizia è buona". Sostieni il reportage

Quando sono arrivati gli agenti della Digos e del servizio centrale antiterrorismo della polizia per arrestarlo nell’ambito delle indagini della procura di Brescia che ha sgominato una cellula di reclutatori dello Stato islamico, Elmadhi Halili ha provato una mossa disperata: ha cercato di nascondere il computer in un sottotetto di casa, ma gli è andata male. Si tratta dello stesso computer con cui il 20enne italiano di origini marocchine ha redatto e diffuso in rete il documento che l’ha messo nei guai.

Si intitola Lo Stato islamico, una realtà che ti vuole comunicare. Un documento di 64 pagine che esalta la vita nel Califfato ma che, per il gip di Brescia Cesare Bonamartini, che ha disposto il suo arresto, ha "concreta possibilità" di contribuire a "indurre giovani musulmani ad arruolarsi nell’Isis, con commissione di delitti in materia di terrorismo internazionale". Per gli inquirenti Halili, che aveva assunto "posizioni estremamente radicali", era in contatto con "la filiera albanese di reclutamento" che si occupava di instradare giovani verso la Siria e l’Iraq. E questo documento intendeva proprio "indurre giovani musulmani ad arruolarsi nell’Isis". Nessun dubbio che sia lui ad averlo redatto, anche perché lo ha rivendicato rispondendo ad un falso profilo Facebook aperto dagli investigatori. "Piacere di conoscerti - affermava Halili in un messaggio audio - ho visto che hai pubblicato il testo sui servizi offerti dallo Stato Islamico. Quel testo l’ho scritto io". E, in un secondo messaggio, aggiungeva: "Mi farebbe veramente piacere se lo pubblicassi e lo mandassi in chat a più fratelli possibile, perché è un lavoro veramente importante... sia per me che l’ho scritto sia per voi che mi aiutate ad espanderlo".

Secondo gli inquirenti, Halili usa internet per fa "apologia subdola e indiretta". Non parla infatti delle decapitazioni e della stragi, ma descrive le gioie dello Stato islamico. "Uno Stato equo e gratificante - scriveva - un luogo ideale che non discrimina i giovani musulmani e li riscatta dalle ingiustizie sociali; una società multietnica, organizzata, dove viene applicata la Shar'a (la legge sacra di Dio), dove il pane viene distribuito gratuitamente e la polizia è amica dei cittadini".

Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip spiega chiaramente che col documento Halali ha inaugurato una strategia di comunicazione che "ha indubbia capacità di presa sulle giovani generazioni" sui quali "i temi dell’ingiustizia sociale hanno facile presa, al fine di convincerli a recarsi in Siria ed in Iraq a combattere per lo Stato Islamico". Dal web, però, spunta un altro documento, al vaglio dell’antiterrorismo, che potrebbe essergli attribuito. Califfato valido oppure no? è il titolo di un testo di dieci pagine, firmato "il vostro fratello in Allah, Mehdi". La stessa firma in calce a Lo Stato Islamico, una realtà che ti vorrebbe comunicare. "Ho deciso di scrivere questo piccolo testo cercando di riassumere in semplice forma i criteri della validità di un Califfato secondo prove contenute nel Corano e nella Sunnah", scrive l’autore nell’introduzione al documento che si conclude con l’esortazione "Che Allah ci guidi e ci faccia distinguere la Verità dalla falsità".