Mantenere i figli a vita è un gesto contro natura

Il Tribunale di Modena, qualche giorno fa, ha riacceso i riflettori sulla delicata questione del mantenimento dei figli maggiorenni che, nonostante l'età avanzata, non hanno fretta a rendersi indipendenti dai genitori. La sentenza fa discutere perché sembra porsi in netto contrasto con la giurisprudenza della Corte di cassazione che non ha mai mostrato particolare simpatia per tutti quei figli, ormai adulti, che non si attivano nella ricerca di un lavoro, magari nascondendo la loro (...)

(...) inerzia dietro l'alibi della crisi economica. Pure quando il lavoro c'è, l'obbligo in capo ai genitori può persistere ed è così che nelle aule di giustizia non sono rari i casi in cui i giudici stabiliscano un onere a carico dei genitori quando il figlio lavoricchi percependo un reddito inadeguato.

Al solito i problemi non sono mai semplici o di semplice spiegazione tanto che al Parlamento viene chiesto di legiferare per introdurre un limite massimo d'età al raggiungimento del quale l'obbligo di un genitore cessi automaticamente. Una legge in tal senso potrebbe evitare quantomeno sentenze come quella del Tribunale di Modena, balzata alle cronache perché un figlio 28enne - e ripeto 28enne - è riuscito ad ottenere la condanna al mantenimento a carico del padre che legittimamente vi si opponeva adducendo l'iscrizione ad un corso di cinematografia, pur avendo impiegato un tempo indecente a conseguire la laurea triennale in Lettere.

Sono però casi limite rispetto ai quali la nostra magistratura fa fatica ad assumere un atteggiamento coerente e costante: le variabili oggetto del vaglio giudiziale sono molte, la capacità della famiglia, la reale attitudine e buona volontà del «bamboccione», ma sempre più spesso il contesto di crisi segna un punto a favore dei richiedenti. Da qui la protesta generalizzata delle persone comuni che si rivolgono indignate a noi legali della famiglia, non capacitandosi di come la maggiore età non porti all'esonero automatico da ogni obbligo economico o di come, anche quando l'età del «rampollo» superi di slancio i 28, non cessi un mantenimento che diventa un'innaturale ed infinita estensione del rapporto di filiazione.

Ma la verità, prima che giuridica, è economica e sociale: si è invertito il rapporto fra le generazioni. Un tempo si assisteva, nel passaggio da padre a figlio, ad un miglioramento della condizione economico-patrimoniale ed erano i figli a sostenere ed aiutare i genitori: da molti anni non è più così ed anzi avviene il contrario. Politiche scellerate di protezionismo miope dei diritti acquisiti hanno ingessato l'economia ed il mondo del lavoro così da renderlo inaccessibile ai giovani o comunque fruibile sempre più tardi, subordinando l'ingresso a studi, stage, praticantati che permettono ai pur volenterosi ragazzi di acquisire i primi stipendi in avanzata età.

Chi è genitore sa che il bene si fa anche sapendo dire un secco no: mettere un figlio di fronte alle proprie responsabilità può essere lacerante ma sono insegnamenti di vita che valgono più di qualsiasi paghetta che perpetui nel giovane l'illusione di cadere sempre «in piedi», non contribuendo a renderlo adulto. Di fronte a casi come quello trattato dal Tribunale modenese, fossi stata il giudice, io avrei detto no: ragazzo mio, diventa uomo, se vuoi studiare cinematografia, cercati un lavoro, diurno, serale, e pagatelo senza più gravare su tuo padre.

Daniela Missaglia