Marijuana nei capannoni del Nordest: il business della mafia cinese

Nelle strutture simbolo dell'imprenditoria veneta e emiliana, abbandonati a causa della crisi, aumentano le coltivazioni clandestine di marijuana gestite dalla mafia cinese

I capannoni abbandonati nel Nordest a causa della crisi sono diventati coltivazioni illegali di marijuana gestite dai cinesi.

Sono centinaia le strutture, che erano diventate simbolo di un modo vincente di fare impresa, abbandonate tra Veneto e Emilia, da Treviso a Forlì. Occupate o affittate regolarmente, vengono trasformate in efficienti mega serre clandestine, coltivazioni intensive in grado di produrre, a livello industriale, quintali di cannabis.

Una struttura con viabilità, acqua e luce, ma discretamente fuori mano può arrivare a costare anche 10mila euro di affitto al mese, dipende dagli impianti, pagati sempre in contanti. Un guadagno a cui i proprietari dei capannoni svuotati dalla crisi edifficile da riempire in altro modo, fanno fatica a resistere.

Un maxi business in mano ai cinesi: ci fanno i necessari lavori, tutto di notte ovviamente e nessuno vede mai niente, poi ci mettono una persona a guardia che sorvegli gli impianti di irrigazione e illuminazione, sigillano tutto e tornano quando è ora di raccogliere, scrive La Repubblica. A quel punto confezionano, imballano sottovuoto e spediscono, per quel che ne sanno gli inquirenti, nel Nord Europa.

Ogni volta che le forze dell'ordine piombano in una ex area artigianale o industriale e trovano una piantagione clandestina, però, è impossibile risalire a chi gestisce davvero l'organizzazione. Come è successo a Montagnana, nel padovano, dove all'inizio del mese, hanno trovato 1640 piante: "Abbiamo trovato il guardiano, un clandestino. Mai fotosegnalato, un signor nessuno (con sé non aveva neanche un cellulare) - ha raccontato Mauro Carisdeo, che dirige la Squadra mobile di Padova - Il posto è in aperta campagna. Dentro c'era un sistema a livello industriale, con impianti fatti apposta, condotti di areazione, trasformatori, i sacchi di fertilizzanti. Tutto quasi a costo zero: si erano agganciati direttamente ai cavi Enel".

Qualche giorno dopo, stessa operazione a Mesola, provincia di Ferrara: un cinese e 900 piante. E a Reggio Emilia: 648 piante. A Riese Pio X, in provincia di Treviso: 2 mila piante. E così via.