"Meglio non nascere", così le teorie del filosofo anti-natalista hanno conquistato la società

Per David Benatar, filosofo sudafricano teorico dell'anti-natalità sarebbe meglio non riprodursi per evitare la sofferenza. E in molti inconsapevolmente sposano le sue tesi

L’estinzione della razza umana sarebbe non solo possibile, ma anche auspicabile, secondo David Benatar. Per il filosofo sudafricano, capofila dei teorici cosiddetti “anti-natalisti”, nascere, infatti, sarebbe tutto fuorché un bene.

Teorie che possono apparire bislacche o prive di senso, e che invece sono valse al direttore del Dipartimento di filosofia dell'Università di Città del Capo un articolo celebrativo sul New Yorker e una fama di proporzioni mondiali. In sostanza, secondo le affermazioni dello stesso Benatar in diverse interviste, citate dal quotidiano La Verità, le persone dovrebbero guardarsi bene dal generare “nuovi esseri senzienti”, inclusi gli esseri umani.

Non solo, quindi, rivendica il diritto delle persone ad abortire e a non procreare, ma anzi, invita i potenziali genitori a pensarci bene prima di mettere al mondo un figlio. Se finora eravate convinti che dare alla luce una nuova vita implicasse dedicarsi anima e corpo ad un’altra persona, il filosofo ribalterà la vostra prospettiva, convincendovi che, al contrario, la riproduzione rappresenterebbe il gesto egoistico per eccellenza.

Di gran lunga più altruistico, per il pensatore, sarebbe invece risparmiare al bebè la sofferenza della nascita e dell’esistenza. Follia, penserete. Eppure il crollo della natalità nel nostro Paese, con il numero dei primi figli in calo del 25% dal 2008, sembra dare ragione al teorico anti-natalista. Forse perché, scrive Francesco Borgonovo su La Verità, sono sempre di più le coppie che si interrogano sull’opportunità di fare figli, più che affidarsi all’istinto. Che poi è esattamente ciò che sostiene Benatar, quando dice che la procreazione dovrebbe essere il “risultato della decisione di mettere al mondo qualcuno”. Una posizione pessimista, che però risulta dominante nel nostro tempo.