«Olivetti creò il primo pc Ma poi non è riuscita a guidare la rivoluzione»

Poteva essere la grande occasione italiana di diventare una potenza digitale. Di bruciare le tappe della tecnologia ed imporre al mondo uno standard informatico. Ma andò a finire in un altro modo. E, rimpianti a parte, è giusto cercare di capire il perché. Ma andiamo con ordine. Correndo l'anno 1964 l'Olivetti, che sino ad allora si era dedicata soprattutto alle macchine per scrivere e alle calcolatrici elettro meccaniche, mise sul mercato il suo Programma 101. Progettato dall'ingegner Pier Giorgio Perotto e da una squadra di giovani tecnici era un oggetto assolutamente innovativo. Usava schede magnetiche di memoria, era programmabile. Certo mancava lo schermo, i dati elaborati venivano stampati su carta, e pesava ben 35,5 chilogrammi ma era, indubbiamente, il primo personal computer della storia. Quando venne presentato alla fiera tecnologica di New York nel 1965 fece furore. E ne vennero venduti ben 44mila esemplari, anche se il prezzo di lancio ammontava alla considerevole cifra di 3.200 dollari. Poi il progetto scivolò nel dimenticatoio. Dieci anni dopo arrivò l'Apple I che riuscì, assieme ad altri figli digitali della genialità creativa della Silicon Valley, a sconfiggere l'idea dei grandi computer mainframe. E all'Olivetti a quel punto non restò che inseguire per cercare di recuperare terreno. Ma la grande occasione ormai era perduta.

Su come mai il made in Italy abbia sprecato quella intuizione geniale, che non era nata in una cantina ma dentro una grande azienda, abbiamo fatto una chiacchierata con il professor Vittorio Marchis, ordinario di Storia della Scienza e delle Tecniche al Politecnico di Torino che sta scrivendo una storia del personal computer e che è autore di diversi studi a tema tecnologico: Centocinquanta (anni di) invenzioni italiane (Codice edizioni) e Storia delle macchine (Laterza).

Professor Marchis come si arrivò al progetto del Programma 101?

«Andiamo alle origini. La prima grande spinta allo sviluppo della tecnologia informatica in Olivetti la diede un ingegnere italocinese, Mario Tchou. Avendo studiato in America durante gli anni Cinquanta intuì le potenzialità del transistor e costruì l'Olivetti Elea, il primo computer completamente a transistor, commercializzato nel 1957».

Una rivoluzione ma ancora nell'ambito dei giganteschi computer mainframe...

«Sì, ma nel frattempo un gruppo di giovani ingegneri meccanici sotto la guida di Pier Giorgio Perotto iniziò a lavorare nei laboratori di Borgolombardo al Programma 101. L'idea geniale, sempre sfruttando i transistor, fu quella di creare una macchina di calcolo programmabile che avesse un costo relativamente basso. Era un modo per fornire uno strumento di calcolo affidabile che non fosse una periferica di un grande calcolatore. Erano i primi anni Sessanta, per capire quanto l'idea fosse pionieristica basta dire che ancora alla fine degli anni Settanta l'Ibm era dubbiosissima sui personal computer».

Il debutto internazionale del prodotto come andò?

«Quando venne presentato a New York nel 1965 ci fu grandissima attenzione. Arrivarono anche una serie di ordini dall'esercito inglese che acquistò un modello collegabile a delle periferiche e chiamato Programma 102».

E allora cosa è andato storto?

«Svariate cose. Alcune legate al caso. Mario Tchou morì in un incidente d'auto nel 1961 e Adriano Olivetti era morto nel 1960. Senza il loro appoggio il progetto del Programma 101 nacque già orfano. Mancò quel supporto forte che l'avrebbe sostenuto. Poi c'era un contesto internazionale in cui i grandi gruppi come Ibm, Digital e Bull credevano cocciutamente nei calcolatori giganti. E poi anche un fatto tutto piemontese. La Fiat di Valletta non voleva un secondo polo industriale piemontese e soffriva la Olivetti».

L'idea italiana era geniale ma da noi mancava un tessuto di imprenditoria diffusa come quella della Silicon Valley...

«Lei ha ragione. E poi negli Usa c'era la ricaduta dell'industria spaziale e della difesa. Ma da noi si sarebbe potuto tentare un percorso alla giapponese, del resto le grandi industrie elettroniche nipponiche si sono ritagliate un ruolo parallelo a quello degli americani».

Commercialmente cosa mancò alla Perottina (come viene anche chiamato il computer progettato da Perotto)?

«Era una macchina seria, per ingegneri. I personal computer sfondarono quando la gente capì che ci poteva giocare. Sì, uno diceva di comprarlo per gestire i conti di casa, ma lo scopo erano i videogame. E da questo la macchina Olivetti era lontana anni luce. Era geniale ma non ludica».

Commenti

cgf

Dom, 12/04/2015 - 16:43

Allora ad Ivrea c'era una certa rivalità tra meccanici ed elettronici, la A7 sebbene perfetta meccanicamente, era un mostro, per fortuna l'ultimo, poi arrivarono i primi BCS.