ONCOLOGIA

Ci sono degli angeli custodi anche in posti dove si può toccare l'inferno con un dito. In chiave moderna si chiamano psicologi e hanno scelto di stare accanto a chi soffre per sollevare le loro pene. Vivono all'Istituto dei tumori di via Venezian, a Milano. Ogni anno, fanno circa 3500 colloqui con ammalati che hanno bisogno di capire, che vogliono la risposta alla domanda chiave: «Perché è capitato a me?». Claudia Borreani coordina questo team di esperti, ed è responsabile della struttura di psicologia clinica dell'Istituto. Lavora in oncologia dall'88.

Rifarebbe il suo percorso professionale se tornasse indietro?

«Senza ombra di dubbio. È un'attività umana splendida, dove si incontrano persone e si seguono storie incredibili. Fare questo lavoro ti fa valorizzare le piccole cose della quotidianità».

Quando torna a casa come si sente?

«Adesso bene. Anche per noi è importante imparare a stare vicino ai pazienti senza identificarci. All'inizio non avevamo questa distanza e il rischio di uscire fuori dal ruolo è forte. È un gioco di distanze e di vicinanze».

Qual è il suo compito?

«Io e il mio team ci occupiamo di clinica, ricerca e formazione. Svolgiamo attività di sostegno per i pazienti e i familiari. Inoltre studiamo per comprendere il funzionamento della psiche e facciamo formazione psicologica degli operatori».

I medici cosa vi chiedono in particolare?

«Vogliono tarare le tecniche per comunicare. In passato ci si domandava se dire ai pazienti la verità, oggi si dice tutto ma ci sono modi e tempi. È un approccio delicato. Ma un oncologo che opera non ha esperienza di psicologia. E spesso i chirurghi ci chiedono un aiuto personale. Qualche volta fanno fatica anche loro».

Parliamo di pazienti. Chi si presenta al vostro ambulatorio?

«Riceviamo chiunque ne faccia richiesta perché presuppone una motivazione del paziente a farsi aiutare. Ma ci sono percorsi terapeutici che includono anche la valutazione psicologica. Per esempio, sui tumori ereditari è diventata frequente la chirurgia preventiva o gli interventi demolitivi in stile Angelina Jolie. E in quel caso l'impatto emotivo è fortissimo».

Quali sono le paure più frequenti?

«Dopo la diagnosi arriva la paura della morte con cui ci si confronta per la prima volta. Poi la realtà e i meccanismi di adattamento aiutano le persone a dare un senso alla malattia e farla diventare un'esperienza affrontabile. Nonostante il progresso sull'evoluzione dei tumori c'è sempre la paura di non farcela».

Un ateo reagisce in modo diverso da un credente?

«No. La fede è una risorsa che aiuta in certi passaggi ma prescinde dal percorso di adattamento. Anzi, a volte un credente entra in crisi, in certi momenti prevale la delusione e si sente tradito dalla fede, chiede perché Dio non mi protegge… Altri invece rafforzano la loro fede. Ma per tutti il bisogno principale è quello di dare un senso alla malattia».

Quali sono le domande ricorrenti dei pazienti?

«Cercano di capire se il loro vissuto abbia provocato in qualche modo la malattia. Si domandano: il cancro mi è venuto per troppo stress? Mi è morta la mamma, ho avuto vita difficile, sono stato licenziato: si chiedono perché è toccata a loro. Poi cercano di trovare la forza di superare il male. In generale vogliono confrontarsi con storie positive. Per questo facciamo anche terapia di gruppo, si crea una rete di sostegno che dura anche dopo usciti dall'ospedale».

C'è qualcuno che si colpevolizza? Per esempio i fumatori?

«No, in realtà sono soprattutto i salutisti i più arrabbiati. Ma come – protestano -sono vegetariano, faccio una vita sana, sono felice e mi capita un tumore... E poi ci sono quelli che nella vita si sono sacrificati tanto: non mi sono preso mai una vacanza, ho sempre lavorato troppo... vivono un senso di ingiustizia molto profondo e la malattia diventa un'occasione di benessere per il futuro. E il tumore diventa paradossalmente una risorsa».