Ora Di Maio riapre la questione morale

Il cambio di passo risale ormai ad una settimana fa, ma Luigi Di Maio lo ha davvero formalizzato solo ieri. «Salvini non è la legge, l'innocenza la decidono i giudici e non la politica», tuona in un'intervista a Repubblica in cui ribadisce la richiesta (...)

(...) di dimissioni per Armando Siri. Dimenticando - ma per il leader M5s sarà di certo un dettaglio - che sul caso Diciotti proprio lui scelse esattamente la strada opposta. Era il 20 marzo, appena un mese fa, e al Senato il M5s votò insieme a Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia per negare l'autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini. L'innocenza, insomma, in quel caso la decise proprio la politica.

Quattro settimane, però, possono essere un'era geologica in politica. E così oggi i Cinque stelle cercano di riconquistare la verginità persa sulla Diciotti cavalcando senza esitazione quella «questione morale» che è stata la miccia primordiale dei Vaffa-day. Uno dei pilastri su cui Beppe Grillo ha costruito l'ascesa del M5s. Una scelta ragionata sondaggi alla mano, perché le rilevazioni sono univoche nel dire che l'emorragia di consensi di questi mesi arriva soprattutto dal fronte sinistro del Movimento, decisamente più sensibile sulla materia. Il voto sulla Diciotti, infatti, è stata solo l'ultima di una serie di contraddizioni sul tema. Per citarne solo una, Di Maio non ebbe nulla da obiettare quando lo scorso giugno fu nominato sottosegretario proprio Siri, uno che sul suo curriculum aveva giù un patteggiamento per bancarotta fraudolenta. Questo a conferma del fatto che nel M5s la «questione morale» è un piatto che va servito a seconda della bisogna.

Così, dopo aver puntato i riflettori sull'inchiesta che in Umbria ha messo in ginocchio il Pd, la comunicazione del M5s ha rilanciato con il caso Siri. Rilanciato al punto che, questo raccontano molti big della Lega che parlano apertamente di «dossieraggio», la notizia dell'assunzione di Federico Arata a Palazzo Chigi, sarebbe stata girata ai giornali direttamente dai vertici del Movimento. Non è un caso, dunque, che ieri Di Maio sia tornato sul tema chiamando in causa direttamente Salvini. Secondo la Casaleggio Associati, infatti, per frenare la corsa della Lega - ieri Ipsos la dava al 36,9% contro il 22,3 del M5s - è necessario indebolire l'immagine di paladino della legalità che il ministro dell'Interno si è andato costruendo in questi anni.

Scontato che il passo successivo sia quello di tornare ad associare Salvini a Silvio Berlusconi, sempre additato dal M5s come una sorta di cavaliere nero. Così, due giorni fa Di Maio ha voluto stigmatizzare i presunti contatti tra Forza Italia e la Lega, mentre ieri è stato decisamente più esplicito. Quando ha detto a Salvini di non far decidere dell'innocenza di Siri alla politica ma ai giudici, lo ha infatti invitato a «non fare come Berlusconi».

Insomma, un costante crescendo che ha il solo obiettivo di «sporcare» l'immagine legalitaria della Lega. Prima Siri, il padre della flat tax, poi Giancarlo Giorgetti, l'uomo forte di Salvini che parla con il Quirinale e con Washington, infine lo stesso leader del Carroccio. Con annesso fuoco di fila su Berlusconi. Non è un caso, infatti, che da Palazzo Chigi ieri facessero trapelare l'intenzione del M5s di portare in Parlamento «quanto prima» la proposta di legge sul conflitto d'interesse. Con una postilla: «Così vediamo se la Lega lo vota o no».