Parma, parlano male del capo chat su WhatsApp: licenziate due dipendenti

Due dipendenti di una azienda che si occupa di confezionamento di prodotti alimentari e ortofrutta si sono viste recapitare prima una contestazione disciplinare e poi la lettera di licenziamento per colpa di alcuni messaggi in una chat di gruppo

L'abbiamo fatto tutti (e probabilmente continueremo a farlo), ma questa volta a parlare male del capo sulle chat di WhatsApp è costato il posto a due operaie di Parma. Nessun software particolare, né tantomeno congegni da 007, semplicemente un collega, membro della chat incriminata che ha spifferato tutto.

Licenziate per i messaggi in chat

Le due dipendenti di una azienda che si occupa di confezionamento di prodotti alimentari e ortofrutta si sono viste recapitare prima una contestazione disciplinare e poi la lettera di licenziamento. Tutta colpa di qualche parola di troppo sfuggita su una chat. Un collga presente nel gruppo di WhatsApp ha pensato bene di stampare le conversazioni incriminate e le ha portato al titolare dell'impresa, chiaramente escluso da quella chat. Da lì la decisione di mandarle a casa.

Le operaie si sono così rivolte al sindacato e il Fai Cisl. il quale ha contestato "la sproporzione tra la sanzione e il comportamento delle dipendenti"." In ogni contenzioso si parte sempre dal richiamo verbale, per poi passare al rimprovero scritto, alla multa, alla sospensione dal lavoro e della retribuzione per un massimo di tre giorni" ha spiegato al Corriere della Sera Silvia Caravà, legale del sindacato, sottolineando così l'assenza di criteri di ìgradualità. "Di fronte alla condotta del responsabile, che le due operaie giudicavano vessatoria perché minacciava costantemente il licenziamento e denigrava quotidianamente le dipendenti, loro hanno reagito sfogandosi su WhatsApp con i toni colloquiali tipici delle chat sul telefonino", chiosa la Caravà.

Carlo Blengino, penalista espero di web e nuovi media, ha fatto chiarezza sull'accaduto dalla pagine del Corriere: "Il problema non si porrebbe se lo scambio avvenisse soltanto tra due persone. È diverso se i partecipanti alla chat sono di più: in questo caso scatta la diffamazione. Non dobbiamo pensare che in Rete si applichino regole diverse rispetto a quelle che valgono per la realtà analogica: se parlo male di una terza persona al bar davanti a testimoni e uno di loro lo riferisce all’interessato, lui è subito chiamato in causa e può agire di conseguenza".

Commenti

cgf

Sab, 15/04/2017 - 11:49

Il licenziamento per giusta causa è legittimo se la condotta commessa dal dipendente risulti essere obiettivamente e soggettivamente idonea a ledere gli interessi dell’azienda, così da far venir meno la fiducia che il datore di lavoro ripone nel proprio dipendente e sia tale da esigere una sanzione non minore di quella espulsiva. Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 10/12/2009 n° 29008

Fjr

Sab, 15/04/2017 - 12:53

Una domanda,e se il delatore fosse stato messo proprio in quella chat apposta per spifferare?la famosa talpa?

ferventZ

Lun, 17/04/2017 - 09:21

se fossimo in una nazione NORMALE i sindacati avrebbero.messo a ferro e fuoco verbale il "datore di lavoro"....le comunicazioni PERSONALI sono e devono essere esenti di qualsiasi intromissione .PUNTO !