Perché il malato non va isolato

Vanno riconosciuti i diritti del paziente neoplastico e della sua famiglia

Anno dopo anno crescono gli italiani che guariscono dal cancro. Sono tre milioni gli italiani che oggi vivono con una diagnosi di neoplasia maligna, di queste 704mila possono definirsi guarite (1 persona su 4, pari al 27% degli italiani colpiti da tumore). La diagnosi di cancro non è più una condanna a morte, ma una malattia con la quale, se curati adeguatamente, si può convivere. Lo si è ribadito durante la Giornata nazionale del malato oncologico, giunta quest'anno alla X edizione, che si è celebrata giovedì scorso in tutta Italia.

La riabilitazione oncologica deve essere riconosciuta nella sua specificità e rientrare nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) garantiti a tutti i cittadini. Oggi non è così. La mancanza di supporto socio-economico carica di oneri le famiglie, costrette a provvedere a proprie spese alle forme di assistenza non previste dal Servizio Sanitario Nazionale. La denuncia è contenuta proprio nel VII Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, presentato al Senato. Le Associazioni dei pazienti, coordinate dalla Federazione delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO), chiedono che la riabilitazione venga inserita tra le prestazioni previste sui Livelli Essenziali di Assistenza in corso di approvazione.

«Un malato di cancro su quattro può considerarsi guarito a tutti gli effetti», spiega il professor Francesco De Lorenzo, presidente FAVO. «Questi dati rappresentano un'inversione di tendenza. Ma non sappiamo se queste persone effettivamente conducano una vita normale. Sorge quindi una serie di interrogativi sulla condizione in cui versano coloro che hanno sconfitto il cancro dal punto di vista sanitario, sociale ed economico. Oggi è possibile avviare una battaglia politica non solo nazionale, ma anche europea, per abbattere le barriere che impediscono alle persone guarite di avvalersi dei loro innegabili diritti socio sanitari ed economici, finora negati, a cominciare dall'accesso a mutui, assicurazioni sanitarie e servizi finanziari».

Nel 2014 i tumori hanno rappresentato la principale causa di riconoscimento sia dell'assegno ordinario di invalidità che della pensione di inabilità, con un trend in costante crescita negli ultimi anni. «Il Servizio Sanitario Nazionale - sottolinea il professor Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) - trascura sia la fase di riabilitazione post-trattamento acuto sia quella che segue alla remissione totale, argomentando, in maniera inaccettabile, che la riabilitazione oncologica è ricompresa nelle tipologie desunte dall''International Classification of Functioning, Disability and Health' (ICF) dell'Organizzazione Mondiale della Sanità». In base a quanto stabilito dalla Conferenza Stato-Regioni, la riabilitazione oncologica viene inclusa all'interno di altre tipologie riabilitative, riferite alle patologie articolari, cardio-circolatorie, del linguaggio, dell'apparato digerente, urinarie, mentali e dell'autonomia comportamentale. «Ma il tumore - continua Elisabetta Iannelli, segretario FAVO - è una malattia diversa da tutte quelle elencate e determina bisogni riabilitativi specifici, non assimilabili agli altri. Si tratta di una omissione penalizzante per i pazienti, perché gli esiti dei trattamenti anti-cancro possono causare difficoltà non solo fisiche ma anche cognitive, psicologiche, nutrizionali, sessuali, sociali e lavorative. La sottovalutazione di questi aspetti ha portato anche a escludere, quanto meno in forma di consultazione, la voce delle Associazioni dei pazienti dal Patto della Salute, approvato il 10 luglio 2014». Prosegue la sfida del volontariato oncologico.