Perfetta, folle o perversa Nel cuore della trama c'è sempre una mamma

Dal romanzo di Peano al saggio di Recalcati al film di Moretti è lei a tessere i fili delle vite dei figli. Anche in punto di morte

Ci sono le madri dei figli (maschi) e quelle delle figlie (femmine). Ma, in ogni caso, sono madri potenti: nel senso che hanno il potere di generare una storia (come la vita), sono loro, proprio loro, il centro da cui tutto scaturisce. Anche quando tutto sembra finito, quando la madre è sul letto di morte, anzi, in quel momento, paradossalmente, la loro influenza, la loro forza plasmatrice sulla vita dei figli è ancora più intensa: come se la fine vicina accentrasse in loro tutta l'energia, tutti i fili da cui si dipanano le esistenze di chi resta.

Dopo una certa infatuazione per i padri e la «nuova paternità», il cinema, i libri, i saggi riscoprono la mamma: non da comprimaria, da corollario necessario, ma da protagonista. Come nel film che Nanni Moretti ha portato a Cannes in questi giorni, Mia madre , un lungo addio commovente alla madre che sta morendo e intorno alla quale ruotano le vite dei due figli, la quotidianità fatta di lavoro, problemi familiari, gelosie, dubbi irrisolti.

La vita di Mattia, invece, è completamente stravolta dalla malattia della mamma, e l'assonanza fra le tre parole non è casuale: il ventenne protagonista del romanzo di Marco Peano, L'invenzione della madre (minimumfax, pagg. 252, euro 14), si trasforma in infermiere-quasi dottore per cercare di impedire l'inevitabile: che il cancro, il terzo della sua vita, si porti via la madre. Quando lui e il padre la riportano a casa dall'ospedale, sanno che quell'intervento è stato l'ultimo. Sanno che è questione di mesi. E allora tutto acquista un altro significato, tutto diventa soltanto «correre più veloce del cancro. Correre, vivere con la madre tutte le esperienze che la morte arriverà a negare. Correre, per non perdere neanche un minuto di vita della madre». Anche arrivando a fare cose assurde, anche al prezzo di scelte patetiche, al costo di sembrare «il primo e ultimo orfano del mondo». È un ideale di perfezione che si rafforza coi ricordi, come quando lui e la mamma si concedono «una fuga a due» o girano insieme per negozi per comprarle una parrucca. È, di fatto, una storia d'amore. Perché solo per amore Mattia ormai «con disinvoltura padroneggia vocaboli come istologico e meningioma » o negli sms parla di « circonvoluzione emisferica cerebellare e iperintensità subependimali ». Anche se la sua vita dipende da quella della madre morente in maniera quasi patologica: addirittura arriva ad accorgersi che quando è con la sua ragazza «gli è impossibile non paragonare qualsiasi carezza o sguardo che riceve - e mai riceverà - con quelli ricevuti da sua madre». È, insomma, una madre idolatrata: e non è un caso che il protagonista del romanzo sia un figlio (maschio), come l'autore in effetti, e come il regista di Mia madre e come l'autore di un altro libro che descrive il rapporto tra un figlio e una madre morente, La sua mente è un labirinto, di Cesare Lievi (Marsilio, pagg. 155, euro 16,50).

Che cos'è, non esistono altre persone malate, al mondo? Altre madri, altri padri? Ma questo è il punto: la madre, quella che bisogna inventare per vivere, per essere se stessi, è lei, solo lei. Anche se fosse una madre non perfetta, una madre anzi, diciamolo, un po' perversa, forse addirittura pessima. Ce ne sono, di madri contorte, come quella di Blanca e come Blanca stessa, la quarantenne protagonista di Passerà anche questa di Milena Busquets (Rizzoli, pagg. 192, euro 16): anche lei ha perso la madre e non se ne fa una ragione perché la sua vita è ancora troppo in disordine e poi la mamma le aveva promesso «che il dolore sarebbe stato sopportabile», e invece no, lei vorrebbe solo strapparsi le budella e mangiarsele (invece fa sesso con l'ex marito).

La morte della madre, la sua malattia, è la morte, la malattia: però allo stesso tempo è la trama di una vita nuova, per i figli, per coloro che restano. Sono le madri a tessere i fili. Sarà per questo che il saggio di Massimo Recalcati, Le mani della madre (Feltrinelli, pagg. 192, euro 16) è stato il terzo titolo più venduto dall'editore al Salone del Libro di Torino, pur con un sottotitolo non proprio popolare come «Desiderio, fantasmi ed eredità del materno». Il tema è appunto la figura materna oggi, dopo che il padre non è più l'«Autorità» e le madri vogliono essere anche donne, e devono muoversi sul crinale fra l'essere una mamma-coccodrillo che divora i figli mentre si lascia divorare da loro o una mamma-narcisistica che li abbandona per pensare solo a se stessa. L'obiettivo dello psicanalista? «Volevo essere giusto con la madre. Bisognerebbe provare a esserlo».

Anche se a volte i figli soffrono per la madre, per quello che ha (o non ha) fatto, come nel caso di Katarina, protagonista di Viaggio intorno alla madre di Ornela Vorpsi (Nottetempo, pagg. 104, euro 12,50): non a caso romanzo di una donna su una figlia (femmina) di una madre punitiva e soffocante; e oggi a sua volta madre di un bimbo che decide di mandare al nido con la febbre, imbottito di tachipirina e Lexotan, pur di incontrare l'amante. Una madre folle, dai cui abissi esce una confessione sconvolgente quando, durante la notte insonne prima dell'appuntamento, chiede al suo bambino: «Domani al nido morirai solo per punirmi?». Ovviamente, il giorno dopo l'amante la rimprovererà: «Mia madre non si sarebbe mai comportata così» (una madre di figlio maschio, è logico). Chi può essere all'altezza di madri così - diciamo - totalizzanti, che poi sono tutte le madri? Nelle sue memorie, Storia dell'ebreo che voleva essere eroe , Dan Segre ha scritto semplicemente: «Di mia madre preferisco non parlare».