Quei civili con le mani sulla testa e la resa dell'Occidente in guerra

La vita dell'essere umano, oltre che di realtà, è fatta di simboli, spesso più potenti della stessa realtà

L a vita dell'essere umano, oltre che di realtà, è fatta di simboli, spesso più potenti della stessa realtà. Simbolici sono la bandiera e un leggero chinar la testa in segno di saluto, simbolici sono la stretta di mano e l'alzarsi in segno di rispetto. Le religioni, in specie, sono farcite di gesti simbolici potentissimi, perché indicano una «fede», ovvero il credere in qualcosa che di per sé sarebbe non credibile. Simbolico è il segno della croce, come l'inginocchiamento-accucciamento di preghiera musulmano.

Più ci si allontana dal razionale, dall'evoluzione civile, e più i simboli assumono forza. Lo dimostrano o dimostrano quanto meno di saperlo i boia dell'Isis quando assassinano un prigioniero. Lo vestono di arancione, con un riferimento diretto ai loro compagni prigionieri a Guantanamo, lo fanno inginocchiare, lo sgozzano come un animale senza che possa vedere in faccia il carnefice: quattro simboli in una sola azione. Simbolico fu l'attacco alle Torri Gemelle, cuore dell'impero nemico, e simbolici quelli ai luoghi dove si raduna e si celebre la nostra convivenza, aeroporti, stazioni, metropolitane, stadi, luoghi di divertimento e di festa. Sono atti concreti, reali, con diffusione di sangue, certo, ma la loro capacità di ferire più potente è appunto quella simbolica, perché dice al mondo occidentale a noi tutti che non siamo liberi di viaggiare, divertirci, lavorare, oziare, senza avere paura di loro, in ogni luogo e momento della giornata.

Il mondo occidentale dà meno valore ai simboli e quindi paradossalmente finisce per svilire i propri e rispettare quelli altrui. Gli aerei che combattono l'Isis non bombardano le moschee. Siamo sempre più disposti a far scomparire crocifissi, presepi, alberi di natale dai luoghi pubblici, ma quando si tratta di decidere se le musulmane possano o no coprire la faccia con il velo, ci inventiamo che non possono per motivi di ordine pubblico (non ci si può mascherare), quando dovremmo dire la verità: che non possiamo tollerare un tale odioso simbolo di sottomissione della donna.

Essendo questa anche una guerra di simboli, si può immaginare facilmente quale trionfo costituiscano per il nostro nemico le immagini dei cittadini londinesi (pochi mesi fa quelli parigini) costretti a camminare con le braccia dietro la nuca. È il gesto - non soltanto simbolico, concreto - della sconfitta, della resa, dell'impotenza, dell'umiliazione. Poco importa che a dare l'ordine siano state le forze di polizia londinesi e parigine, per individuare chi avesse altre armi. Il simbolo è straordinariamente potente, e dà più gioia dei morti e dei feriti a chi ha organizzato l'attentato e a chi lo applaude. Sembra rendersene conto la ragazza in primo piano, che mentre stringe le mani dietro la nuca chiude i gomiti a coprirsi il viso. Si vergogna, la povera ragazza con i capelli raccolti e il vestito a pois. E anche noi.

Giordano Bruno Guerri

@GBGuerri