Quelle scorie di comunismo nel finto "cambiamento"

F u un avvenimento cruciale: quel 9 novembre del 1989 segnò la fine della divisione in due dell'Europa, che nelle celebri parole di Winston Churchill era stata separata, all'indomani della Seconda guerra mondiale, da una pesante cortina di ferro. Quando finalmente i tedeschi dell'Est poterono spostarsi nella Berlino libera, si avvertì come l'Europa sovietizzata fosse al capolinea; e in quel momento ci s'illuse sulla possibilità di buttare definitivamente nella spazzatura della storia un abominio di nome «comunismo». Le cose, però, non sono andate così.

Nella ricorrenza del crollo del muro di Berlino è opportuno ricordare, in effetti, che non soltanto il totalitarismo rosso non è affatto uscito di scena (perché interi Paesi ancora subiscono varie forme di collettivizzazione dei beni e di repressione delle libertà fondamentali), ma che pure in Italia continua a dominare un comunismo sotto altro nome che del «socialismo reale» originario ha derivato tratti cruciali.

Il governo gialloverde è un'espressione significativa di tutto ciò. Solo da una cultura che nega legittimità alla proprietà poteva venire, ad esempio, il progetto del «reddito di cittadinanza», che tassa chi lavora per dare a chi non fa nulla; e che fatalmente favorirà una crescita della disoccupazione in aree già dominate da questa piaga. Solo da quelle folli mitologie poteva venire l'illusione che sia possibile abolire la povertà per via politica, come disse un tronfio Luigi Di Maio. E solo da chi ignora l'Abc della libertà può venire il progetto di una tessera che orienti i consumi degli assistiti: favorendo i prodotti ritenuti morali e inibendo quelli ritenuti immorali (o anche solo stranieri).

Il governo manifesta tratti illiberali a ogni piè sospinto: quando moltiplica gli oneri burocratici a carico degli amministratori di condominio, quando auspica una decrescita felice, quando contrasta gli insediamenti industriali sulla base di un ecologismo che, nei fatti, è solo una forma estrema di anticapitalismo.

Coloro che oggi sono al governo hanno soprattutto una visione dirigista dell'economia e prediligono il pubblico al privato. Se Alitalia va male l'unica soluzione è fonderla con Trenitalia e se a Genova crolla il ponte Morandi l'unica ipotesi sul tappeto è procedere alla statizzazione delle autostrade. Per non parlare del sogno di una rinata Iri che utilizzi la Cassa depositi e prestiti per una nuova politica industriale. Non sorprende, allora, che le tasse non calino e che anzi, come afferma Marco Bonometti (presidente degli imprenditori lombardi), le ultime norme su ammortamenti e investimenti stiano mettendo in sofferenza interi settori.

Quando a Est il socialismo è crollato, Vaclav Klaus e Mats Laar hanno riproposto le tesi liberali, basate sull'idea che il potere va limitato per garantire le libertà di tutti. Gli allievi di Beppe Grillo e Umberto Bossi credono invece che il governo possa e debba fare ogni cosa. Chiamiamola come vogliamo, ma questa logica è socialismo allo stato puro.

Carlo Lottieri