"Quell'infarto mentre ero all'Eliseo"

Lì per lì non gli dette peso. Sembrava una cosa da poco, anche se a pranzo col presidente francese François Hollande non toccò la forchetta. L'ex premier Paolo Gentiloni racconta a Un giorno da pecora su Radiorai 1, i particolari inediti di quel principio di infarto dell'11 gennaio 2017 che lo colse mentre si trovava a Parigi poco dopo la sua nomina a presidente del Consiglio. «Per paura del clamore tenni duro fino a Roma».

«Venivamo da settimane complicatissime: il salvataggio del Monte dei Paschi, la crisi dell'Alitalia, l'insediamento del governo, le nomine dei sottosegretari. Era passato un po' meno di un mese dalla mia nomina e vedevo la missione in Francia come l'occasione per staccare un po' la spina: vai in aereo, vai all'Eliseo che tutto sommato conoscevo, conoscevo abbastanza bene anche Hollande. Però ho cominciato a sentirmi male già durante il colloquio con lui, una pressione sul petto...». Ma l'ex premier, in quel momento, preferì non dirlo ad alcuno: «I francesi fanno sempre questi pranzi dove c'è il foie gras, alla fine arriva il formaggio, ci tengono molto e in quel momento pensai al casino che sarebbe venuto fuori se avessi chiesto di chiamare un medico. Mi sono detto teniamo duro, torniamo a Roma e poi vediamo, non sarà niente...». Invece niente non era e Gentiloni quel giorno rischiò molto. Al Policlinico Gemelli venne sottoposto a un piccolo intervento, un'angioplastica per il posizionamento di uno stent a un vaso periferico.

«Per fortuna, una volta arrivato a Palazzo Chigi, c'era una dottoressa brava che mi ha portato di corsa al Gemelli dove mi misero uno stent», spiega. Però non è così facile portare il presidente del Consiglio all'ospedale perché a Palazzo Chigi allora non c'era un'ambulanza «ma dopo quello che è successo a me ho aperto una strada luminosa e adesso c'è». Dunque è stata chiamata un'ambulanza che si è fermata nel cortile di un altro palazzo dove sono arrivato con la macchina e poi i professori che mi hanno operato, si ricorderanno ancora, mi videro arrivare su un lettino coperto da un lenzuolo, per non farmi riconoscere».

L'ex presidente ha ricordato poi come abbia disobbedito alle indicazioni dei medici: «Mi prescrissero riposo assoluto, ma facemmo un Consiglio dei ministri due giorni dopo». E non abbandonò neppure le sue normali abitudini, nemmeno quella di giocare a tennis coi colleghi. In quelle settimane giocò spesso contro Ermete Realacci e Francesco Rutelli. Al suo fianco, nel doppio, sempre Chicco Testa. «Una specie di rito propiziatorio pre elezioni, iniziato nel 1993».