Raffinazione, Europa al palo La risposta alla crisi è «verde»

La riduzione della domanda è crollata del 13% dal 2005 17 impianti sono stati chiusi ma la vera via d'uscita è la loro riconversione: dopo Venezia ora tocca a Gela

La raffinazione in Europa sta attraversando una profonda crisi. Parte della risposta di Eni a questo mutamento di mercato è verde: attraverso il riposizionamento delle attività industriali su segmenti di mercato con potenziale di crescita si può coniugare sostenibilità economica e la necessità di occupazione e sviluppo del territorio.

Per la raffinazione, le prime iniziative già messe in atto hanno coinvolto la raffinerie di Venezia e recentemente il sito di Gela; per la chimica, i siti di Porto Torres e Porto Marghera.

Nella raffinazione, la crisi è cominciata nel 2008. Le cause sono molteplici: la forte riduzione della domanda di prodotti, crollata del 13% nel periodo 2005-2014, l'aumento del costo dell'energia rispetto ai concorrenti di mercato, il contestuale aumento della competizione dalle raffinerie del Medio Oriente, della Russia e del Nord America, forti di minori costi variabili, di maggiore integrazione con l'upstream, di molteplici vantaggi logistici, di un costo del lavoro fisso e del concambio euro-dollaro.

Non è un caso che in Europa siano state chiuse 17 raffinerie sulle 98 esistenti negli ultimi cinque anni, tra il 2009 e il 2014. Di conseguenza la riduzione della capacità, pari a 90 milioni di tonnellate all'anno, è stata del 12%. Ma nonostante i tagli, nel nostro continente persiste una capacità in eccesso stimata in 120 milioni di tonnellate all'anno, pari a circa il 30% della capacità totale.

Dal 2009 a oggi le perdite cumulate da Eni nella raffinazione ammontano a 6 miliardi di euro, di cui circa un terzo sono derivate dalla sola raffineria di Gela. Un trend che Eni ha cercato di contrastare mettendo in campo efficienze e ottimizzazioni, come ad esempio una serie di investimenti nell'efficienza energetica, ottimizzando i greggi che utilizzava per beneficiare di sconti sul mercato, e aumentando la capacità di conversione per ricavare dal barile più prodotti pregiati e meno scarti. La strategia presentata lo scorso luglio prevede la riduzione della capacità di raffinazione del 50% mediante la vendita, la riconversione o il riassetto dei siti.

L'idea che guida il riassetto del colosso energetico è quella di ottimizzare la sua presenza sul mercato internazionale, come dimostra ad esempio la recente cessione delle quote di Ceska rafinerska (Crc) nella Repubblica Ceca. È ancora in corso di valutazione la cessione di quote di partecipazione in altre raffinerie estere. Sullo sfondo resta il piano per la riconversione da raffinazione tradizionale a green . Infatti, dove la domanda di prodotti tradizionali scende, per effetto dei vincoli di miscelazione europei (al 2020 il 10% del contenuto energetico dell'immesso al consumo sarà costituito da biocarburanti), si prevede un aumento significativo del fabbisogno di bio carburanti come il green diesel Eni, prodotto dalla raffineria verde di Venezia dal giugno 2014, primo esempio di conversione finalizzata alla produzione di biocarburanti di alta qualità, grazie allo sfruttamento della nostra tecnologia Ecofining.

Il 6 novembre scorso è stato poi firmato l'accordo per il sito di Gela, che prevede la conversione della raffineria siciliana. Una volta a regime la green refinery di Gela avrà una capacità di lavorazione di olio vegetale per circa 750 mila tonnellate all'anno. La conversione utilizzerà la tecnologia proprietaria Ecofining, sviluppata e brevettata da Eni, che consentirà la produzione di green diesel , biocarburante a elevata sostenibilità ambientale, e sarà in grado di processare anche materie prime di seconda generazione. L'investimento che Eni intende fare sulla conversione della raffineria di Gela ammonta a 2,2 miliardi di euro.