Una riforma che ingrassa uno Stato già ingombrante

Così si ingrassa uno Stato già ingombrante

Col passaggio dal liberalismo classico, forte - la «libertà da», come non impedimento - al liberalismo debole - la «libertà di», come proliferazione di diritti collettivi, ovvero la libertà nella versione socialdemocratica - le libertà si sono considerevolmente ridotte. L'individuo è meno libero. Dal punto di vista liberale, è violenza dello Stato, e della sua burocrazia, sull'individuo, la «dittatura della maggioranza». È anche il riflesso della crisi che la democrazia rappresentativa sta attraversando. La soluzione è una bella cura dimagrante dello Stato, riduzione delle sue competenze e della sua capacità di ingerenza negli affari privati del cittadino.

I cosiddetti diritti sociali non sono diritti individuali, bensì potere che i rappresentanti eletti del popolo esercitano sul popolo stesso attraverso una burocrazia invasiva e una fiscalità punitiva. Ci si aspetta troppo dalla politica, ma, poi, ci si lamenta della sua invadenza. L'Italia sta attraversando una fase critica, che la sinistra di governo oggi fautrice di un sempre maggiore interventismo pubblico - potrebbe sanare, abdicando almeno a una parte della sua idea di collettività. Come auspicava Piero Gobetti, c'è l'esigenza di una «rivoluzione liberale». Non più Stato, ma meno Stato, che non vuole dire meno socialità, bensì una socialità meno pubblica. È venuto il momento che la società civile rivendichi i propri diritti di libertà su Stato, burocrazia e fisco.

È di questo che Matteo Renzi sarebbe dovuto, o dovrebbe, occuparsi, invece di fare una pericolosa riforma della Costituzione che di fatto accresce i poteri pubblici del governo, trasformando i cittadini in sudditi. Naturalmente, prima bisognerebbe cambiare la cultura politica del Paese, e la sua eredità fascista, su cui si sono innestate e cementate la cultura della sinistra comunista e la «doppia morale» cattolica. Lo strapotere dello Stato è già presente nella Costituzione del 1948, che ora Renzi sta tentando di modificare per accrescerne ulteriormente le propensioni statalistiche, guardandosi bene dall'intervenire sulla prima parte del dettato costituzionale, vero cuore del problema.

Quando dico che Renzi è uno spirito autoritario, un pericolo per la democrazia, so bene di che parlo. Non ce l'ho con lui personalmente, ma con la sua idea della politica, che è tipicamente quella statalista della sinistra democristiana e del compromesso storico col comunismo di matrice sovietica. Lo vado ripetendo da sempre che il difetto sta nel manico, nella nostra (brutta) Costituzione, nata nell'immediato secondo dopoguerra, quando l'Urss era di gran moda, e me ne scuso con i lettori. Ma, in questo caso, repetita iuvant. Oppressa da una burocrazia invasiva, che usa la fiscalità come deterrente nei confronti del cittadino, l'Italia non è un Paese di democrazia liberale analogo a quelli cui credeva di essersi allineata nel 1948. Era di tale errore che Renzi si sarebbe dovuto preoccupare, invece di andare nella direzione opposta, di un ulteriore accrescimento dei poteri del governo, che, poi, vuol dire dello statalismo, come sta palesemente accadendo.

Commenti
Ritratto di etaducsum

etaducsum

Lun, 10/10/2016 - 19:39

Quest’articolo è la prima cosa che ho letto, stamani, nel cartaceo. Ostellino ha vestito, con la sua prosa chiara e circostanziata, unita alla competenza e indipendenza di giudizio che lo distinguono, ciò che moltissimi italiani intuiscono. Mettendo insieme le cose si può dire che Renzi con le sue riforme sta facendo fare un passo da gigante alla «dittatura del proletariato». Cresce in continuazione il numero degli italiani ridotti realmente alla fame, da tasse, disoccupazione, burocrazia, eccessiva pressione di clandestini senz’arte né parte ecc. L’illusione, ancora molto diffusa, che in tale invocata dittatura le redini dello stato siano in mano ai proletari purtroppo non riempie lo stomaco né dei genitori, né della prole. (… post 2).

Ritratto di etaducsum

etaducsum

Lun, 10/10/2016 - 19:42

(… post 2) I quadri del «Partito», compresi i magistrati organici, (che non sono certo proletari), sempre in lotta tra di loro per sostituirsi al compagno gerarchicamente più in alto, si auto investono gestire quel potere dittatoriale in nome del proletariato. Il risultato è uno stato che detta legge su ogni cosa, da poco ai cittadini, ma può togliere loro tutto. Fino collasso finale.