"Le risorse per l'istruzione alle famiglie: così scelgono l'istruzione dei figli"

In uno Stato effettivamente liberale, solo attraverso il costo standard di sostenibilità si può garantire anche ai meno abbienti la vera libertà di scelta educativa, data una varietà e pluralità di scelta formativa

Nella sterile contrapposizione all’interno del Servizio Nazionale di Istruzione, tra scuola pubblica statale e scuola pubblica paritaria – tema poco citato dai partiti in campagna elettorale, nello stile del “chi tocca muore” - si lede il più naturale dei diritti: la libertà di scelta educativa dei genitori. Argomento tabù. L’Italia si conferma la più grave eccezione in Europa e si colloca al 47 posto al mondo. Niente di fatto sul sacrosanto diritto al pluralismo educativo che perde pezzi ogni giorno sotto la morsa dell’irresponsabilità e che resta l’unico gancio che può salvare dalla scelta obbligata in educazione, tipica dei peggiori regimi totalitari. Al sibilo di tagliare i fondi alle scuole pubbliche paritarie tranne che a quella dell’infanzia, non corrisponde il barlume di consapevolezza che cosi il welfare italiano collasserebbe. Non può essere solo ignoranza; è lampante la mala fede….

Alcuni calcoli: tagliare i contributi alle pubbliche paritarie (tranne l’infanzia) porterebbe ad un risparmio di 150 milioni di euro, contro una spesa che lo Stato Italiano dovrebbe sostenere per assorbire questi allievi pari a euro 2.823.440.000. Se il dato economico non fosse sufficientemente assurdo, a questo si aggiunga il costo sociale di negare il diritto di apprendere senza discriminazione nell’ambito del servizio pubblico. Come dire: negli ospedali italiani del Servizio Sanitario Nazionale gestiti da privati (es: San Raffaele, Gruppo San Donato, Casa Sollievo) ci va solo chi è ricco e solo costui è libero di scegliere dove curarsi. Dunque meglio eliminarli. Si vada tutti e soltanto in quelli gestiti dallo Stato. Se il dato economico non fosse già grave, si dovrebbe parlare di pura follia. Ma continuiamo con la forza della trivella e la precisione del bisturi a denunciare la situazione che compromette gravemente il diritto di scelta dei genitori.

Rintracciabile già ai tempi della nascita dello Stato Unitario, riproposto poi in sede di Assemblea Costituente della nascente Repubblica, il dibattito sulla Scuola ha sempre visto la contrapposizione tra i sostenitori del suo rigido controllo statale per garantire l’elevazione del popolo ed i sostenitori, non solo cattolici, della libertà scolastica come libera iniziativa educativa e formativa.


Sulla scia dei primi, il mainstream dominante continua a ritenere che il diritto di soggetti giuridici privati di aprire scuole e di erogare istruzione pubblica (cioè “per tutti”), in via sussidiaria, sia un diritto di risulta rispetto al diritto di tutti i cittadini ad essere istruiti dallo Stato, piegando così il dettato costituzionale fino alla negazione di un diritto soggettivo di libertà di scelta tra scuole pubbliche statali e scuole pubbliche paritarie. Nemmeno la Legge (62 del 2000) che porta il nome evocativo dell’unico ministro che avrebbe potuto permettersi di emanarla, Luigi Berlinguer, è riuscita a risolvere la questione della parità scolastica, della pari dignità tra le istituzioni scolastiche pubbliche, paritarie e statali. Nonostante dal 2000 sia stato messo nero su bianco che il Sistema Nazionale di Istruzione è composto dalle scuole pubbliche, statali e paritarie, ancora oggi non è comunemente passato il concetto che l’offerta formativa, unica e conforme agli stessi ordinamenti generali, può essere erogata o da istituzioni statali o da istituzioni paritarie, a garanzia del pluralismo formativo e della libertà di scelta educativa sanciti dalla Costituzione. Ignoranza o ideologia? Entrambe. Non è comunemente considerato che negare la libertà di scelta educativa significa affermare una scuola di regime, che riduce il diritto costituzionale all’istruzione, all’obbligo di riceverla solo da scuole statali. Da queste premesse, la sbandierata rinascita dell’Italia è oggettivamente impossibile.


Da qui, l’elogio dell’ipocrisia: si desidera, per comodità familiare o per stima del corpo docente, la scuola pubblica paritaria? La famiglia a Isee pari a zero può solo desiderarla; tutte le altre devono pagare oltre al dovuto della fiscalità generale. “A prescindere”, direbbe il Principe della risata, tragica in questo caso.
Insomma, non ci può essere libertà di scelta educativa se non viene garantita la libertà economica per il suo esercizio. Per questo, l’unico modo per rispettare fedelmente il dettato costituzionale del diritto all’istruzione e del diritto alla libertà di scelta educativa è quello di riconoscere una dote a ciascuno studente, pari ad un costo standard di sostenibilità ossia all’ammontare minimo di risorse da riconoscere a ciascuna scuola pubblica – statale e paritaria - sulla base di parametri certi.

In sostanza, le risorse disponibili per il sistema di istruzione e formazione dovrebbero essere destinate alle famiglie, per finanziare l’istituzione scolastica pubblica, statale o paritaria, da loro prescelta per l’istruzione dei figli. Ciascuna istituzione scolastica pubblica, statale e paritaria, riceverebbe tante più risorse quanti più studenti riuscirebbe ad attrarre per il proprio valore, generando una virtuosa concorrenza a vantaggio dell’intero sistema educativo. Scuole statali e scuole paritarie sarebbero incentivate a migliorare l’offerta formativa, a garantire la migliore integrazione con il sistema della formazione universitaria e con il mondo del lavoro, ad erogare efficaci servizi di orientamento e placement, per mantenere le risorse assegnate sulla base delle scelte di famiglie e studenti.


In uno Stato effettivamente liberale, solo attraverso il costo standard di sostenibilità si può garantire anche ai meno abbienti la vera libertà di scelta educativa, data una varietà e pluralità di scelta formativa. Scuole pubbliche paritarie e pubbliche statali, ben funzionanti, con docenti seri e attenzione a tutte le condizioni degli alunni, non guasterebbero in Italia, soprattutto nelle Regioni caratterizzate dal recente ed evidente ciclone politico. Ci si chiede come si possa parlare di libertà senza parlare di scuola liberamente scelta.
Il finanziamento delle scuole pubbliche statali ammonta a circa 49 miliardi per poco più di 7 milioni di studenti rispetto ai quasi 500 milioni delle scuole pubbliche paritarie per circa un milione di studenti. Con una semplice divisione, è quasi immediato rilevare che il costo medio di ogni studente della scuola pubblica statale è pari a circa 6,5 mila euro l’anno, mentre quello delle pubbliche paritarie arriva a meno di 500 euro.


Con il costo standard immaginato come sopra, la spesa per ogni alunno, di ogni scuola, statale e non statale sarebbe a costo zero. Questo immaginando che non vi sia alcuna forma di compartecipazione, neanche da parte delle famiglie con Isee ad almeno cinque zeri. Se tale contribuzione fosse prevista, la spesa totale dello Stato diminuirebbe decisamente, scongiurando la prevedibile débacle economica dell’istruzione pubblica statale. In sostanza: se anche non si volesse rendere più efficiente il sistema educativo italiano, garantendo il diritto di scegliere la scuola, se anche tutto ciò non interessasse al governo venturo (sperando nell’Uovo di Pasqua), il solo movente economico del mancato tracollo e del risparmio assicurato avrà la forza di acculturare gli ignoranti e far rinsavire gli ideologici. Pecunia non olet, anche per lo Stato.

Commenti
Ritratto di bassfox

bassfox

Lun, 09/04/2018 - 15:07

in effetti, così con i fondi dei sauditi potremo aprire anche molte scuole musulmane in Italia, ottima idea!

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bassfox

Lun, 09/04/2018 - 15:08

giusto, finalmente scuole islamiche finanziate da privati anche in Italia!