Dal rossetto rosso al divieto di sposarsi: ecco tutti gli obblighi del "contratto" di Bellomo

Dall'ordinanza di custodia cautelare del gip emergono i particolari del "contratto di schiavitù" di Bellomo: alle borsiste era vietato sposarsi e portare tacchi a spillo. E per entrare nella scuola c'era pure il "test del fidanzato sfigato"

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Rossetto rosso acceso e zigomi valorizzati con il trucco, niente smalto scuro, divieto di sposarsi, reperibilità h24 e controllo maniacale dei social network.

Sono alcune delle clausole previste dal “contratto di schiavitù” che doveva essere sottoscritto per accedere alla scuola di Formazione Giuridica Avanzata dell’ex giudice Francesco Bellomo, finito ai domiciliari per maltrattamenti ed estorsione nei confronti di tre borsiste e una ricercatrice. A rivelare i dettagli del rapporto morboso tra l’ex magistrato e le sue allieve sono le stesse ragazze che hanno frequentato la scuola. Dalle testimonianze raccolte dalla coordinatrice delle indagini dei carabinieri, la pm Daniela Chimienti, emergono particolari deliranti.

Agli studenti, compresi gli uomini, erano consentiti tre tipi di look: “estremo”, “intermedio” e “classico”. Le donne potevano indossare minigonne soltanto in “occasioni mondane”, mentre dovevano optare per gonne o vestiti a tre quarti con una camicetta, oppure pantaloni e maglietta scollata per i convegni e le lezioni o per gli “eventi burocratici”. Le scarpe dovevano essere rigorosamente non a punta e con il tacco alto al massimo 12 centimetri e mai a spillo. I colori da prediligere erano il nero per la stagione invernale e il bianco per quella estiva. Calze necessariamente chiare o velate e la lunghezza del paltò non doveva fermarsi tra la coscia e il ginocchio. In alternativa le ragazze potevano indossare giubbini imbottiti rossi o neri, o giacche di pelle.

Prescrizioni maniacali che secondo gli inquirenti servivano a generare “un atteggiamento di sottomissione” da parte delle ragazze. Aspiranti giudici di cui Bellomo cercava di “manipolare il pensiero”. Tanto da vigilare anche sulle loro relazioni sentimentali o sull’utilizzo dei social network. Per frequentare i corsi le ragazze dovevano essere single, tanto che, come riferisce l’Huffington Post, tra le cause di “decadenza automatica” dalla borsa di studio ce n'era una su tutte: il “matrimonio”. Le ragazze dovevano essere fedeli soltanto al “direttore scientifico” che non a caso con molte di loro intratteneva relazioni sentimentali che spesso sfociavano in un controllo patologico delle loro abitudini.

Il contratto prevedeva inoltre che le comunicazioni deliranti tra l’ex magistrato e le sue “adepte” rimanessero segrete. E per chi tradiva la fiducia di Bellomo c’era la pubblica gogna. È quello che è successo ad una delle borsiste, che si è vista sbattere “dettagli intimi della sua vita privata”, compresi quelli di natura sessuale, sulla rivista della scuola. Secondo quanto è emerso da alcuni passaggi degli interrogatori, pubblicati dal Corriere della Sera, l’ex giudice avrebbe messo in palio “i segreti del corso”, forse proprio le tracce del concorso, a chi avesse dato una “spiegazione del comportamento” della giovane commentando le sue fotografie.

Non solo. Un’altra delle ragazze si sarebbe dovuta prostrare davanti all’ex magistrato per implorare perdono per i suoi errori. Bellomo era arrivato anche a gestire i profili social delle studentesse, decidendo i contenuti da pubblicare. Secondo la procura di Bari le immagini dovevano corrispondere “ai canoni di comportamento da lui imposti compatibili con l'immagine della borsista e con il suo ruolo di testimonial della società”. "Non so che visione abbia delle donne, ma le foto che mi faceva fare parlano chiaro”, ha raccontato una delle vittime dell’ex toga del Consiglio di Stato. “Mi vergognavo delle foto che sono stata costretta a mettere su Facebook, mi facevo schifo da sola, mi sentivo messa in vendita", scriveva nel 2015 la stessa ragazza ad un’amica.

Facebook e Instagram, inoltre, venivano scandagliati in maniera sistematica per monitorare la routine delle giovani ed evitare che intrattenessero relazioni con altre persone, specialmente se il “quoziente intellettivo” di amici o fidanzati era “inferiore” al livello tollerato dall’ex giudice. Non a caso nei colloqui per ottenere la borsa di studio era previsto pure il “test del fidanzato sfigato”. “Il tuo uomo ti (s)qualifica”, scriveva Bellomo ad una delle ragazze nel 2006, insultandola con gli epiteti più volgari perché voleva mettere fine alla relazione con lui.

Vessazioni e abusi che gli sono costati l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del tribunale di Bari, Antonella Cafagna.