Scontro sulla pillola abortiva in consultorio: tutti i rischi dell'"aborto facile"

Per la prima volta in Italia, il Lazio avvierà una sperimentazione che permetterà alle donne di accedere all’aborto farmacologico con la RU486 anche nei consultori familiari. Ma abortire fuori dagli ospedali è rischioso?

Partirà a maggio, nel Lazio, la sperimentazione voluta dalla giunta Zingaretti che permetterà alle donne di accedere all’aborto farmacologico con la pillola abortiva, RU486, anche nei consultori familiari. Per la prima volta in Italia, sarà possibile abortire senza bisogno del ricovero in ospedale. Tra gli obiettivi, c’è quello di alleggerire il peso sugli ospedali e di agevolare l’accesso all’aborto farmacologico, in un territorio con l’85,6% di medici obiettori. “Un passo avanti nella tutela dei diritti” per i Radicali e per il Pd.

Ma la decisione, dopo il caso del concorso per soli ginecologi non obiettori, indetto dal San Camillo di Roma, ha scatenato anche un fiume di polemiche (guarda il video). Olimpia Tarzia, capogruppo della lista Storace alla Pisana, mercoledì prossimo presenterà un'interrogazione per chiedere il ritiro della determina, parlando di decisione “illegittima, perché l'aborto chimico può essere praticato solamente negli ospedali e nei poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati, in ricovero ordinario”. Il Movimento per la Vita italiano ha annunciato di voler preparare un ricorso al Tar, mentre il Vicariato di Roma ha espresso “sconcerto” e “preoccupazione” per una misura che “veicola il messaggio dell’aborto facile”. Ma abortire fuori dagli ospedali è davvero rischioso? Lo abbiamo chiesto a due donne, ginecologhe, che ci hanno illustrato i pro e i contro dell’accesso alla pillola abortiva fuori dai reparti di interruzione volontaria di gravidanza.

“Sì all’aborto facile per le donne che lo desiderano”

Elisabetta Canitano è ginecologa e presidente dell’associazione Vita di Donna. È un bel pomeriggio primaverile quando la incontriamo, davanti ad un consultorio del quartiere Monteverde, a Roma. Da anni si batte per l’applicazione della 194 e per lei il fatto che le donne possano rivolgersi ad un consultorio per l’aborto farmacologico è una buona soluzione. “Nel Lazio abbiamo 11 ospedali pubblici che non eseguono l’interruzione di gravidanza, nonostante la legge non lo consenta”, spiega la dottoressa Canitano, “c’è una migrazione fino al 75%-80% delle donne dalle Asl del Lazio verso Roma, e questo è profondamente ingiusto”. Per la ginecologa, abortire a casa non rappresenta un rischio per la salute. Anzi. Secondo la dottoressa “le donne possono stare tranquillamente a casa” dopo l’assunzione della RU486. “Non c’è nessun motivo per rispettare l’assurda imposizione ideologica dell’AIFA di tenere le donne ricoverate”, spiega la dottoressa Canitano, perché “il rischio nell’utilizzo della RU486 è veramente minimo: in Francia ci sono circa 110mila aborti l’anno con la RU486 e non è mai successo niente”. Con la possibilità di prescrivere la pillola abortiva nei consultori, inoltre, secondo la dottoressa, si allargherà il numero di utenti che potranno accedere a questo servizio, con una possibile riduzione degli aborti clandestini. “In questo momento c’è una ripresa dell’aborto clandestino, sia per ignoranza, sia per difficoltà, ad esempio tra le donne straniere, a raggiungere i servizi, quindi una maggiore apertura può ridurre il rischio per quelle donne che ordinano i farmaci sul web, mettendo a rischio la propria salute”, spiega la ginecologa, “vorrei ricordare che l’aborto irregolare causa 50mila morti l’anno nel mondo: è nostro dovere, quindi rispettare i desideri delle donne, e aiutarle a non fare un esperienza pericolosa”. La de-ospedalizzazione dell’aborto lo renderà più facile e diffuso? “Penso che le donne prendano le loro decisioni in base alla loro vita, alla loro famiglia”, spiega la ginecologa. “Non credo che la modalità di accesso cambi le loro decisioni”, continua, “io non ci trovo niente di male a rendere l’aborto facile per le donne che lo desiderano”.

La RU486 nei consultori? “Un rischio per la salute delle donne”

Non è d’accordo Nicoletta Di Simone, ginecologa e professore associato di ginecologia ed ostetricia all’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Ci sono dei dubbi sul fatto che i consultori possano essere adatti”, ci dice mentre camminiamo per i corridoi del Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma, “anche nel caso dell’aborto farmacologico, infatti, le donne devono fare alcuni accertamenti: il rischio è quello di una notevole semplificazione e dell’esposizione dei pazienti a rischi per la salute”. Rischi che vanno dalla possibilità di emorragie per le donne con problematiche di coagulazione, fino al “rischio settico” nei casi di espulsione incompleta “che può essere mortale o portare alla sterilità”. “Non sappiamo, inoltre”, continua la professoressa, “che effetti avrà l’utilizzo ripetuto della RU486, che è un farmaco ad alta incidenza ormonale, in relazione all’insorgenza di tumori, visto che non è stato ancora fatto uno studio osservazionale”. Attenzione, quindi, a “semplificare il meccanismo per accompagnare le donne che scelgono l’aborto”. “Le interruzioni volontarie di gravidanza in Italia, si sono dimezzate negli ultimi trent’anni e le ultime relazioni sulla legge 194 mostrano che nel nostro Paese c’è un sistema efficiente con tempi di attesa brevi”, spiega la professoressa. Ora, con la RU486 nei consultori “la percentuale di donne che si orienterà su questa scelta potrebbe di nuovo aumentare”. C’è il rischio, infatti, “che diventi una prescrizione di routine e che venga meno quel supporto multidisciplinare che aiuta la donna a identificare e rimuovere le cause, come la solitudine, l’isolamento sociale, le necessità economiche, che la portano ad una scelta del genere”. Secondo la professoressa saranno soprattutto le ragazze più giovani a rivolgersi ai consultori per interrompere la gravidanza con la RU486. “Il pericolo è che ora le donne possano scegliere questa strada frettolosamente, senza avere un periodo per riflettere, senza un supporto multidisciplinare, e senza un’adeguata conoscenza dei rischi”, spiega la professoressa Di Simone, “una strada all’apparenza più breve, le cui conseguenze, però, possono essere rilevanti anche a distanza di anni”.

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