Come salvare la Scuola italiana dal monopolio dell'istruzione

Lo statalismo è il vero male del sistema formativo, che può migliorare solo tramite la competizione tra i diversi istituti

Iniziamo oggi la pubblicazione di una serie di articoli, scritti appositamente per il Giornale da Dario Antiseri, filosofo e docente universitario, sul tema della scuola. L'autore, da una posizione liberale, difende le "scuole libere" (le "scuole private" o paritarie), critica la "Buona scuola" del governo Renzi e propone l'idea semmai di un "buono-scuola", cioè un voucher che le famiglie possono spendere nelle scuole in cui vogliono iscrivere i figli. Perché il punto cruciale non è il finanziamento alle scuole pubbliche o paritarie, ma il passaggio da un sistema monopolistico a uno di tipo concorrenziale. Domani la seconda puntata.

La scuola di Stato è un patrimonio grande e prezioso che va protetto, salvato; solo che quanti difendono il monopolio statale dell'istruzione non aiutano la scuola di Stato a sollevarsi dalle difficoltà in cui versa. Nessuna scuola sarà mai uguale all'altra - un preside più attivo, una segreteria più operosa, una biblioteca ben fornita, un laboratorio ben attrezzato, insegnanti più preparati, ecc. bastano a fare la differenza. Ma se nessuna scuola sarà mai uguale all'altra, tutte potranno migliorarsi attraverso la competizione. In breve, esistono buone ragioni per affermare che è tramite la competizione tra scuola e scuola che si può sperare di migliorare il nostro sistema formativo: la scuola statale e quella non statale.

La realtà è che, è bene insistervi, il monopolio statale dell'istruzione è la vera, acuta, pervasiva malattia della scuola italiana. Il monopolio statale nella gestione dell'istruzione è negazione di libertà; è in contrasto con la giustizia sociale; devasta l'efficienza della scuola. E favorisce l'irresponsabilità di studenti, talvolta anche quella di alcuni insegnanti e, oggi, pure quella di non pochi genitori.

Il monopolio statale dell'istruzione è negazione di libertà: unicamente l'esistenza della scuola libera garantisce alle famiglie delle reali alternative sia sul piano dell'indirizzo culturale e dei valori che sul piano della qualità e del contenuto dell'insegnamento.

Il monopolio statale dell'istruzione viola le più basilari regole della giustizia sociale: le famiglie che iscrivono il proprio figlio alla scuola non statale pagano due volte; la prima volta con le imposte - per un servizio di cui non usufruiscono - e una seconda volta con la retta da corrispondere alla scuola non statale.

Il monopolio statale dell'istruzione devasta l'efficienza della scuola: la mancanza di competizione tra istituzioni scolastiche trasforma queste ultime in nicchie ecologiche protette e comporta di conseguenza, in genere, irresponsabilità, inefficienza e aumento dei costi. La questione è quindi come introdurre linee di competizione nel sistema scolastico, fermo restando che ci sono due vincoli da rispettare: l'obbligatorietà e la gratuità dell'istruzione.

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Chi difende la scuola libera non è contrario alla scuola di Stato: è semplicemente contrario al monopolio statale nella gestione della scuola. E questa non è un'idea di bacchettoni cattolici o di biechi e ricchi conservatori di destra. È la giusta terapia per i mali che necessariamente affliggono un sistema formativo intossicato dallo statalismo. Scriveva Gaetano Salvemini sull'Unità del 17 ottobre 1913: "Dalla concorrenza delle scuole private libere, le scuole pubbliche - purché stiano sempre in guardia e siano spinte dalla concorrenza a migliorarsi, e non pretendano neghittosamente eliminare con espedienti legali la concorrenza stessa - hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere". Sempre sull'Unità (17 maggio 1919), Salvemini tornerà a insistere sul fatto che "il metodo migliore per risolvere il problema è sempre quello escogitato dai liberali del nostro Risorgimento: non vietare l'insegnamento privato, ma mantenere in concorrenza con esso un sistema di cose pubbliche". La verità è che la concorrenza è la migliore e più efficace forma di collaborazione; è, come dice Friedrich von Hayek, una macchina per la scoperta del nuovo da cui scegliere il meglio. E questo vale nella ricerca scientifica, nella vita di una società democratica e sul libero mercato. Nell'ambito del sistema formativo strutturato su linee di competizione, la scuola privata - è ancora Salvemini a parlare - "rappresenterà sempre un pungiglione ai fianchi della scuola pubblica. Obbligandola a perfezionarsi senza tregua, se non vuole essere vinta e sopraffatta". Di conseguenza: "Se nella città, in cui abito, le scuole pubbliche funzionassero male, e vi fossero scuole private che funzionassero meglio, io vorrei essere pienamente libero di mandare i miei figli a studiare dove meglio mi aggrada".

"Lo Stato ha il dovere di educare bene i miei figli, se io voglio servirmi delle sue scuole. Non ha il diritto di impormi le sue scuole, anche se i miei figli saranno educati male". Insomma, con Salvemini si trova d'accordo Luigi Einaudi allorché afferma che il danno creato dal monopolio statale dell'istruzione "non è dissimile dal danno creato da ogni altra specie di monopolio". E non è da oggi che contro le disastrose conseguenze del monopolio statale dell'istruzione si sono schierati, in contesti differenti, grandi intellettuali come Alexis de Tocqueville, Antonio Rosmini e John Stuart Mill e, dopo di loro e tra altri ancora, Bertrand Russell, Luigi Einaudi, Karl Popper, don Luigi Sturzo e don Lorenzo Milani.

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"È tempo di chiudere questo conflitto del Novecento: scuole statali contro private. Non esiste, non è più tra noi, ci ha fatto perdere tempo e risorse". E ancora: "Basta guardarsi in giro e si scopre che l'insegnamento è pubblico, fortemente pubblico, ma può essere somministrato da scuole pubbliche, private, religiose, aconfessionali in una sana gara a chi insegna meglio". Questa una coraggiosa e lungimirante dichiarazione fatta tempo addietro da Luigi Berlinguer, al quale è legata la Legge 62/2000, in cui si definisce il passaggio dalla "Scuola di Stato" al "Sistema nazionale di istruzione" costituito dalla «Scuola pubblica statale» e la "Scuola pubblica paritaria". Solo che dichiarare giuridicamente uguali Scuola statale e Scuola paritaria finanziando solo la prima e lasciando morire di inedia la seconda è un ulteriore inganno perpetrato da una politica cieca e irresponsabile.

E qui va detto che tra le diverse proposte - tese a sradicare in ambito formativo il diffuso, insensato e deleterio pregiudizio stando al quale è pubblico solo ciò che è statale - la migliore è sicuramente del "buono-scuola". Idea avanzata da Milton Friedman e ripresa successivamente da Friedrich von Hayek e sulla quale, da noi, ha insistito negli anni passati Antonio Martino. Con il "buono-scuola" i fondi statali sotto forma di "buoni" non negoziabili (voucher) andrebbero non alla scuola ma ai genitori o comunque agli studenti aventi diritto, i quali sarebbero liberi di scegliere la scuola presso cui spendere il loro "buono". Ed è così che, pressata nel vedere diminuire l'iscrizione alla propria scuola o vedere allievi già iscritti scappare da essa, ogni scuola sarà spinta a migliorarsi, e sotto tutti gli aspetti.

In poche parole: quella del "buono-scuola" è una misura in grado di coniugare libertà di scelta, giustizia sociale ed efficienza del sistema formativo. Una domanda ai politici di sinistra da sempre ostili all'idea del "buono-scuola": ma quando riuscirete ad aprire gli occhi e capire che il "buono-scuola" è una carta di liberazione per le famiglie meno abbienti? E una domanda ai politici liberali e a tutti gli altri sedicenti tali: uno Stato nel quale un cittadino deve pagare per conquistarsi un pezzo di libertà è ancora uno Stato di diritto?

Le due domande vanno, ovviamente, rivolte in primo luogo e prima che ad altri al presidente Matteo Renzi e al ministro dell'Istruzione Stefania Giannini.

Commenti
Ritratto di Legio_X_Gemina_Aquilifer

Legio_X_Gemina_...

Mar, 19/07/2016 - 09:54

Chi non ha lavorato nella scuola italiana non può capire quanto la stessa sia un manicomio. I professori che ci rimangono sono solo dei poveracci privi di orgoglio, presi in giro da tutto e da tutti, mentre i professori che hanno un minimo di orgoglio vengono mobbizzati, anche dai presidi, al punto tale da abbandonare, giustamente, l'insegnamento.