Dalla scomparsa di Yara al processo, un caso lungo 6 anni

Dopo due anni e mezzo dall'arresto di Massimo Bossetti, 45 udienze e un anno di processo, arriva la sentenza sul caso Yara Gambirasio

Dopo due anni e mezzo dall'arresto, 45 udienze e un anno di processo, è arrivato il momento in cui si conoscerà se è stato Massimo Bossetti a uccidere Yara Gambirasio.

LA SCOMPARSA E IL RITROVAMENTO Yara Gambirasio scompare nel pomeriggio del 26 novembre 2010. All'epoca ha 13 anni e l'ultima volta che viene vista viva sta lasciando la palestra di Brembate di Sopra, il paesino in provincia di Bergamo dove tuttora vivono i suoi genitori. Il suo cadavere viene ritrovato dopo tre mesi, il 26 febbraio 2011, a 10 chilometri di distanza da quella palestra, in un terreno incolto di Chignolo d'Isola. In quelle settimane, l'attenzione degli inquirenti si concentra su Mohammed Fikri, un marocchino arrestato mentre si trova su un traghetto diretto a Tangeri. A incastrarlo un'intercettazione la cui traduzione risulta in seguito sbagliata, per cui Fikri viene definitivamente scagionato.

Dopo il ritrovamento del corpo di Yara gli inquirenti riescono a trovare sugli slip e sui suoi leggins una traccia di sangue diversa da quella della 13enne. Vieni così battezzato il profilo di 'Ignoto 1' che, dopo indagini lunghe e complesse, secondo l'accusa risulterebbe essere Bossetti.

L'ARRESTO E IL PROCESSO Massimo Bossetti, muratore di 45 anni, viene arrestato, dopo aver raccolto con una scusa il suo Dna, il 16 giugno 2014. Le indagini a suo carico vengono chiuse nel febbraio del 2015, con la richiesta di rinvio a giudizio. Il 3 luglio si apre il processo a carico di Bossetti, con l'accusa di omicidio pluriaggravato, davanti alla Corte d'Assise di Bergamo presieduta da Antonella Bertoja. Per l'accusa, rappresentata dal pm Letizia Ruggeri, a incastrare l'imputato è la "prova regina" del Dna, oltre che alcune immagini di una videocamera che riprenderebbero il suo furgone passare davanti alla palestra pochi minuti prima della scomparsa di Yara. La difesa, affidata agli avvocati Paolo Camporini e Claudio Salvagni, sostiene che la traccia di Dna mitocondriale, che indica la linea materna, non corrisponde al loro assistito: per gli avvocati, infatti, "solo il Dna nucleare ha valore forense", senza tralasciare il fatto che quello prelevato è stato "contaminato" e che le modalità di custodia e conservazione rappresentano altri "tallone d'Achille" di un processo solo "indiziario". Bossetti si è dichiarato sempre e solo "innocente", dal giorno del suo arresto ad oggi, il giorno più lungo della sua vita, quello della sentenza: "Sarò anche stupido, un ignorantone, un cretino, ma non sono un assassino, questo sia chiaro a tutti", ha detto Bossetti all'inizio della 45esima e ultima udienza leggendo un foglio scritto di suo pugno. "Quel Dna non è mio, vi imploro, ripetete il test", ha aggiunto Bossettiche in conclusione ha spiegato che accetterà "il verdetto qualunque esso sia perchè pronunciato, ne sono convinto, in assoluta buona fede. Ma ricordatevi che se mi condannerete sarà il più grave errore giudiziario di questo secolo. Mi rendo conto che è molto difficile assolvere Bossetti, ma è molto più difficile sapere di aver condannato un innocente".

Commenti

venco

Sab, 02/07/2016 - 19:03

Dispiace per gli avvocati difensori che cercavano il successo personale.