Se persino l'omicidio diventa "piacere estetico"

La fine della morale per una curiosità estetica

La morte come un curioso fenomeno estetico. Che effetto fa indossare una pelliccia? Cioè, che sensazione, che emozione si prova portando quell'abito? Si vede nelle vetrine dei negozi, ma una cosa è guardarlo, altra cosa è portarlo, provarlo.

La morte come un abito, il cui effetto incuriosisce. E se l'interesse è così alto, perché non tentare di soddisfarlo? Per procedere, allora, dalla morte bisogna eliminare qualsiasi componente di sacrale inviolabilità e trattarla come cosa tra le cose. Non solo: si deve trasgredire qualsiasi limitazione, non solo quelle morali, ma anche quelle di carattere giudiziario.La prima domanda è come possa nascere questa curiosità; la seconda è quale mente sia in grado di dare effettiva soddisfazione a tale curiosità.

Per quanto riguarda la prima questione, credo sia necessario riflettere sull'invasione della violenza virtuale che sta inondando la televisione. Non tanto i film, le fiction di cui abbiamo ormai da diversi anni una buona scorta. Piuttosto, le notizie che ci inviano i telegiornali, e relativi approfondimenti, sempre molto ricche di immagini di forte suggestione.

Ricordiamo, per esempio, quando ci sono giunti i primi reportage sulle decapitazioni eseguite dai miliziani dell'Isis. I filmati non mostravano mai l'atto conclusivo con cui veniva tagliata la testa della vittima; giustamente è il mio parere la scena era censurata, sostituita da brevi e ovvie parole.Tuttavia, se siamo sinceri, la decapitazione con tutto il suo orrore e lo sdegno che provoca, avrebbe incuriosito: avremmo girato la testa ma non ci saremmo negati almeno un rapido sguardo. D'altra parte, questo interesse morboso per l'evento mortale attraversa la storia. Ci sono resoconti molto dettagliati sulle teste ghigliottinate durante la Rivoluzione francese, quando a quelle esecuzioni assisteva nelle piazze il popolo festante.

Oggi la grande diffusione delle immagini sulla morte ci porta ad avere con essa una confidenza virtuale, mentre ciò che è realtà rimane nell'immaginazione. Un'immaginazione pervasa di pietà quando si possiede un elementare sentimento morale e religioso della morte, che consente di pensarla anche come un evento che trascende la materialità delle cose, rispettato nella sua sacralità o intangibilità.

Quando è assente la pietà, la morte può diventare una cosa che suscita curiosità per i suoi effetti concreti, che interessa per vedere realmente come si comporta chi sta avvicinandosi ad essa. È il fascino di violare un segreto assoluto, attraversare il mistero per possederlo, non fermarsi di fronte all'ignoto, violarlo.

Arriviamo alla seconda domanda. Quei due giovani che hanno ammazzato il loro amico hanno dovuto ricorrere agli stupefacenti per commettere un'azione drammatica che un minimo di lucidità razionale non avrebbe loro consentito. E, infatti, uno del gruppo, una volta tornato in sé e consapevole del gesto compiuto, ha tentato di suicidarsi. La droga ha permesso di oltrepassare i limiti morali, di non riflettere sulle conseguenze giudiziarie e di guardare alla morte come a una realtà puramente estetica, di cui è interessante cogliere effetti e sensazioni. Dunque, dal fenomeno virtuale conosciutissimo attraverso i media alla sua concretezza materiale da indagare. Orribile ma comprensibile. Soprattutto un fenomeno non nuovo nella storia dell'umanità, a cui si assiste tutte le volte che l'essere umano è visto come un meccanismo senz'anima, da montare e smontare a piacere, come un oggetto d'ingegneria genetica, di cui si può impunemente infrangere la natura.