Se dal vuoto di memoria si precipita nell'Alzheimer

La patologia è in aumento: entro il 2050, nel mondo, una persona su 85 ne sarà affetta

di Luigi Cucchi

La demenza di Alzheimer oggi colpisce circa il 5% delle persone con più di 60 anni e in Italia si stimano circa 500mila ammalati. Tutti gli anziani la temono e cercano di valutare i propri vuoti di memoria pensando si possa trattare dei primi allarmanti sintomi. È la forma più comune di demenza senile, uno stato provocato da un'alterazione delle funzioni cerebrali che implica serie difficoltà per il paziente nel condurre le normali attività quotidiane. La malattia, le cui cause sono ignote, colpisce la memoria e le funzioni cognitive e si ripercuote sulla capacità di parlare e di pensare, ma può causare anche altri problemi tra cui stati di confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale.

La malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza degenerativa progressivamente invalidante con esordio prevalentemente in età presenile (oltre i 65 anni, ma può manifestarsi anche in epoca precedente). Si stima che circa il 60-70% dei casi di demenza sia dovuta ad Alzheimer disease (AD). Il sintomo precoce più comune è la difficoltà nel ricordare eventi recenti (perdita di memoria a breve termine). Con l'avanzare dell'età possiamo avere sintomi come: afasia, disorientamento, cambiamenti repentini di umore, depressione, incapacità di prendersi cura di sé, problemi nel comportamento. Ciò porta il soggetto inevitabilmente a isolarsi. A poco a poco, le capacità mentali basilari vengono perse. L'aspettativa media di vita dopo la diagnosi è dai tre ai nove anni. La malattia è dovuta a una diffusa distruzione di neuroni, principalmente attribuita alla beta-amiloide, una proteina che, depositandosi tra i neuroni, agisce come una sorta di collante, inglobando placche e grovigli neurofibrillari. La malattia è accompagnata da una forte diminuzione di acetilcolina nel cervello (si tratta di un neurotrasmettitore, ovvero di una molecola fondamentale per la comunicazione tra neuroni, e dunque per la memoria).

La patologia è stata descritta per la prima volta nel 1906, dallo psichiatra e neuropatologo tedesco Alois Alzheimer. Nel 2006 vi erano 26,6 milioni di malati in tutto il mondo, e si stima che ne sarà affetta 1 persona su 85 a livello mondiale entro il 2050.

Attualmente i trattamenti terapeutici utilizzati offrono piccoli benefici sintomatici, solo parzialmente possono rallentare il decorso della patologia. A livello preventivo, sono state proposte diverse modificazioni degli stili di vita personali come potenziali fattori protettivi, ma non vi sono adeguate prove di una riduzione effettiva della degenerazione. Circa il 70% del rischio si ritiene sia genetico con molti geni solitamente coinvolti. Altri fattori: traumi, depressione o ipertensione. Durante le fasi finali, il paziente è completamente dipendente dal «caregiver». Il linguaggio è ridotto a semplici frasi o parole. Nonostante la perdita delle abilità linguistiche verbali, alcune persone spesso possono ancora comprendere e reagire. L'apatia e la stanchezza sono i sintomi più comuni. Le persone con malattia di Alzheimer alla fine non sono in grado di eseguire anche i compiti più semplici in modo indipendente; la massa muscolare e la mobilità si deteriorano al punto in cui sono costretti a letto e incapaci di nutrirsi. La causa della morte è di solito un fattore esterno, come un'infezione o una polmonite.

La ricerca farmacologia ha cercato fino ad ora di ridurre gli effetti collaterali dovuti a un aumento del tono colinergico come insonnia, aritmie, bradicardia, nausea, diarrea). Basandosi sul fatto che nell'Alzheimer si ha diminuzione dei livelli di acetilcolina, un'ipotesi terapeutica è stata quella di provare a ripristinarne i livelli fisiologici. L'acetilcolina pura non può però essere usata, in quanto troppo instabile e con un effetto limitato. Si possono invece usare gli inibitori della colinesterasi, l'enzima che catabolizza l'acetilcolina: inibendo tale enzima, si aumenta la quantità di acetilcolina presente nello spazio intersinaptico.