Termini Imerese, il grande bluff di Blutec. Arrestati i vertici dell'azienda, sequestri per 16 milioni di euro

Il presidente e l'amministratore delegato della Blutec, l'azienda che ha rilevato l'ex stabilimento Fiat di Termini Imerese, devono rispondere della sparizione di 21 milioni di euro che lo Stato attraverso Invitalia aveva affidato all'azienda per favorire il rilancio del sito industriale.

Il presidente e l'amministratore delegato della Blutec Roberto Ginatta e Cosimo Di Cursi devono rispondere della sparizione di più di 20 milioni di euro che lo Stato, attraverso Invitalia, aveva affidato all'azienda per favorire il rilancio del sito industriale di Termini Imerese. Da qui il sequestro di oltre 16,5 milioni, con i sigilli apposti all'intera società con sede in provincia di Torino, a Rivoli, per l'azienda che in Sicilia doveva ereditare il pesante fardello dell'addio di Fiat che ha chiuso nel 2011. "Nei confronti dei predetti soggetti è in fase di esecuzione anche una misura interdittiva concernente il divieto per la durata di 12 mesi di esercitare imprese e uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese - spiegano le Fiamme gialle -. Contestualmente, è stato emesso un decreto di sequestro preventivo dell’intero complesso aziendale e delle relative quote sociali della BLUTEC SPA, nonché delle disponibilità finanziarie, immobiliari e mobiliari riconducibili ai menzionati indagati fino a concorrenza dell’importo di 16.516.342,28 euro".

La notizia dell'arresto dei vertici di Blutec arriva tra l'ultimo incontro, lo scorso 5 marzo, al ministero dello Sviluppo economico e un nuovo incontro fissato per il 9 aprile. Sul tavolo i vertici dell'azienda avevano messo un presunto interessamento di due imprese cinesi, pronte ad investire per la riconversione del sito di Termini Imerese. Intanto la Blutec a novembre aveva presentato l'ennesimo progetto di rilancio del polo industriale palermitano che prevedeva l'occupazione di 694 lavoratori entro il 2020, con un cronoprogramma che avrebbe dovuto garantire dicembre 2018 l'ingresso di 115 lavoratori, a settembre 2019 di altri 100 e a dicembre 2019 di ulteriori 344. Tutti obiettivi prefissati con largo anticipo e mai realmente raggiunti. Si chiude così, nel peggior modo una delle parentesi più brutte dell'economia siciliana, qui dove un tempo veniva prodotto la Lancia Y e che nel futuro avrebbe portato alla produzione del Fiat Doblò e del Ducato elettrico. Tutto fumo negli occhi degli investitori,così come dei lavoratori che in questi mesi non hanno mai smesso di protestare. Dal 2011 ad oggi non è uscita una sola auto dallo stabilimento in provincia di Palermo.

Commenti
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stenos

Mar, 12/03/2019 - 12:51

Eh il libero mercato, gli imprenditori, il motore del paese.....

Massimo Bernieri

Mar, 12/03/2019 - 14:38

Come è possibile che un imprenditore si improvvisi costruttore di auto tanto più elettriche dove anche i grossi gruppi,si sono trovati in difficoltà pur avendo investito cifre ingenti.Certo che se per malversazione ci fossero le pene come negli USA con decine anni di galera forse..ci penserebbero un bel pò prima di delinquere.