Un terrorista resta un terrorista

Cesare Battisti se l'è cavata per tanto tempo grazie al fatto che la cosa più orribilmente evidente che ci sia, il terrorismo, non viene capito per quello che è. Un crimine. Talvolta, per strano che possa apparire, il terrorismo mostra un volto così vano e trito rispetto al comune sentire, alla cultura corrente, al disastro in sangue e dolore che comporta, che si riesce per un istante a capire perché non esiste una sua definizione.

Per l'Onu non esiste altro che una «Convenzione comprensiva» ma una definizione comune non è mai stata raggiunta. È dal 1937, con la Lega delle Nazioni, che quando diversi popoli si siedono insieme a discutere non riescono a trovarsi d'accordo. E così persino adesso, l'estradizione di Battisti ad alcuni appare, oltre che tardiva, anche un po' inutile, di contenuto incerto e fragile, un'acquisizione politica ma non morale. In fondo, chi è questo sedicente scrittore, spesso fotografato mentre sorride e non c'è niente da ridere, coccolato da un mondo nel tempo diventato perdente e inutile? La risposta è semplice: è un terrorista, e quindi deve scontare la sua pena. E questa sarà una pietra fra le tante (qui in Israele si combatte questa lotta ogni giorno) della lotta al terrorismo che costruiscono una comune coscienza: un terrorista non è un «Freedom fighter», un combattente per la libertà, ma un delinquente anche se è un cretino o uno squilibrato, anche se è un disgraziato, un emarginato, un mitomane, anche se è, soprattutto, motivato ideologicamente in modo assoluto a fare ciò che ha fatto. E Battisti ha ammazzato quattro innocenti, direttamente o per interposta persona.

Fra i tentativi di definizione quelli che più convincono parlano di persone che usano indiscriminatamente la violenza come mezzo per creare terrore fra la gente in modo da raggiungere uno scopo politico e religioso. È quello ha fatto Battisti. Anche per lui, come per gli Hezbollah, c'è stato un pregiudizio politico positivo legato al suo tempo, all'ideologia dei «compagni che sbagliano» ma pur sempre compagni, che ha poi potuto estendersi nel tempo, oltre i Pac, approfittando anche della confusione e della smania di consenso della classe politica e intellettuale francese. Ma, appunto, proprio come (...)

(...) per gli Hezbollah o per Hamas, non ci sono buone ragioni per sparare a un macellaio per rapinarlo, così come non ci sono ragioni accettabili per l'esplosione del Centro Ebraico di Buenos Aires che ha fatto 85 morti, o dell'assassinio della neonata Shalhevet Pass con un cecchino a Hebron compiuto da Hamas, o dei tanti attentati dell'Isis in Europa. Non esistono motivi sensati per far saltare per aria autobus e metro carichi di passeggeri alle più diverse latitudini. Questi esempi sono grandi e correnti, il terrorismo comunista, stile Baader Meinhof o Pac, un problema gigantesco, una questione internazionale; la giustizia deve fare il suo corso, come le sanzioni internazionali, economiche e politiche quando il terrorismo viene compiuto da organizzazioni o da entità statuali. E la costruzione del muro antiterrore è complessa: non ha senso, per esempio quando si è scoperto a giugno un tentativo terrorista in Francia da parte iraniana, proseguire nella politica di appeasement europea. Sono decenni ormai che di fronte al terrorismo spalanchiamo stupefatti gli occhi e non crediamo a quello che vediamo: ci devono essere delle buone ragioni, diciamo a noi stessi, se questo accade. I terroristi sono persone talora cresciute nella miseria? Fanno parte di un gruppo che ha subito ingiustizie micidiali? O di intellettuali esaltati e superomistici? Di una forma di primitività incapace di trovare una forma espressiva che non sia la violenza? O magari di una buona causa? Questa ultima ipotesi è quella che di fatto venne formulata nella definizione di terrorismo a Durban nel 2001 della Lega Musulmana Mondiale che definì terrorismo la violenza «senza una giusta causa». Ma la causa del terrorismo non è mai giusta. Il famoso senatore Henry «Scoop» Jackson ha scritto: «I freedom fighters non esplodono autobus; non mandano i loro uomini in giro ad ammazzare bambini». Ovvero, il termine libertà non ha a che fare con «terrorismo», mai. Nel 2001 scrissi un articolo per Commentary per capire chi erano i terroristi, ed ebbi il triste onore di vederlo in parte pubblicato sul Wall Street Journal il giorno dopo l'attacco dell'11 di settembre: il ritratto del terrorista era quello di un inflessibile quanto candido giovane, manipolato da una ideologia onnicomprensiva e articolata fino alla disponibilità ad essere un'arma di distruzione. Così è anche con l'Isis, così è col comunismo o col nazismo. È un modo patetico di essere, una forma di malattia mentale? Probabilmente in parte, ma questo non ci esime dal difenderci. Prima di tutto capendo, senza vergogna, che non è colpa delle vittime, né della società, né dell'imperialismo, né dell'ambiente se un terrorista è un terrorista. È un terrorista. Prima di tutto.