Le università eccellenti a nostra insaputa

Orgogliosi delle nostre università? Direi di no, e non perché il Politecnico di Milano si colloca al 170° posto della classifica, ma perché un'università di tale eccellenza non viene a dovere sostenuta per potere essere tra le prime del mondo proprio per le sue alte potenzialità. Qual è il problema? Noi non sappiamo apprezzare le università, cioè l'alto livello di formazione della classe dirigente del Paese, in tutti i settori della ricerca scientifica, economica, umanistica. L'università appare come un corpo estraneo, qualcosa che c'è senza sapere cosa farcene.

Professori pagati male, soprattutto senza che tra loro ci sia vera competitività culturale e, di conseguenza, diversità di trattamento economico; laureati che tra mille difficoltà raggiungono l'eccellenza anche se di loro ci si preoccupa meno che degli ultimi emigranti sbarcati coi gommoni; un sistema organizzativo dei corsi di laurea (il tre più due) che nessuno oggi vorrebbe mantenere; sedi sparpagliate sul territorio nazionale con funzioni clientelari dove gli studenti sono panda in via di sparizione; un'ideologia arcaica del pezzo di carta, cioè della laurea.

Insomma l'università serve per laurearsi e poi lamentarsi perché si rimane disoccupati. Ci si preoccupa di trovare selezioni d'accesso ai corsi universitari con demenziali test, ma non passa per l'anticamera del cervello trovare le forme virtuose per collegare gli studi accademici al mondo del lavoro e della ricerca. È stato umiliato tutto quel mondo di studi professionali che avrebbe potuto selezionare e offrire ai giovani un'attività qualificata senza dovere prendere un'inutile laurea. E, di conseguenza, non si è voluto più, dal '68, stabilire un rapporto necessario tra gli studi di scuola media superiore e quelli universitari.

Poi si butta la croce addosso agli scarsi finanziamenti alle accademie. Il fatto è che non sono così miseri, piuttosto sono soldi spesi male. Mi permetto di ricordare un mio libretto sull'università proprio pubblicato dal Giornale, in cui mostro dati, percentuali e tabelle. In sintesi, i fondi che davvero mancano, sono quelli di enti privati che non intendono buttare in un pozzo senza fondo - quello universitario - i propri soldi. È evidente che se ci fosse un reale collegamento tra università e lavoro, i soldi dei privati arriverebbero.

Si dovrebbe abolire il valore legale del titolo di studio. Cosa di una difficoltà stratosferica, ma sul piano psicologico, non su quello pratico. Oggi, dal punto di vista legale, una laurea in ingegneria al Politecnico di Milano ha lo stesso valore di una presa nel Sud. Questo è inaccettabile, perché è fin troppo facile cogliere immediatamente le differenze. Se si potesse rilasciare una laurea che registrasse la qualità dell'insegnamento impartito, non solo essa avrebbe un valore reale e non formale, ma permetterebbe alle università di non appisolarsi, di essere tra loro competitive, di cercarsi i professori migliori, di essere orgogliose di mettere sul mercato del lavoro i propri giovani.