Cuba, gli esuli pronti alla guerra contro Obama

I dissidenti anti-castristi di Miami temono che la decisione di sbloccare le rimesse dagli Stati Uniti sia il primo passo verso la fine dell'embargo contro il regime. Ma sull'isola si spera nella pioggia di dollari in arrivo dall'estero

Madrid - «È ora di lasciare che i cubano-americani rendano le proprie famiglie più indipendenti dal regime di Castro» aveva detto il candidato Barack Obama lo scorso maggio a Miami. Adesso, il neoeletto presidente degli Stati Uniti ha mosso il primo, storico passo in quella direzione. Senza togliere l'embargo imposto all'isola nel 1962, Obama ha rimosso le restrizioni che impedivano ai cubano-americani di mandare soldi o pacchi ai propri familiari o di visitarli sull'isola. La misura farà sì che a breve termine una pioggia di dollari cada su Cuba. Ma l’apertura del presidente americano rischia di far infuriare i dissidenti all’estero. La mossa è infatti considerata l’anticamera della fine dell’embargo, al quale gli anticastristi di Miami sono fermamente contrari. Tanto all'Avana come a Washington sono molte le voci che vedono l'apertura come l'inizio di un processo inarrestabile.

Ma chi ha lottato una vita contro il regime non riesce a rassegnarsi. Intanto Cuba sogna di arginare la povertà nella quale Fidel Castro l’ha costretta. E sogna un boom turistico ed economico. Quasi 20 cubani su 100 vivono negli Stati Uniti e le loro rimesse rappresentano la terza fonte di entrate per l’isola, dopo le esportazioni e il turismo. D'ora in avanti i familiari potranno inviare a Cuba tutti i soldi che vorranno, e si calcola che le rimesse potrebbero aumentare di mezzo miliardo, per toccare quota 1,5 miliardi di dollari annui. Ma il colpo arriverà anche con i viaggi dei familiari, che George W. Bush aveva ristretto solo ai parenti di primo grado e per appena due settimane ogni 3 anni. Ora i cubano-americani potranno visitare l'isola quanto e quando vorranno e potranno spendere fino a 3mila dollari, il che darà un'altra iniezione di denaro alle famiglie. Con i dollari, a Cuba si può infatti accedere a “lussi” come la tecnologia o Internet, irraggiungibili per chi guadagna solo i magri stipendi in pesos. La mossa di Obama - che pure sembra puntare al miglioramento della vita reale dei cubani e a far leva sull’oppressivo regime castrista - è tuttavia delicata, tanto che l'annuncio è stato affidato al suo rappresentante per l'America latina Dan Restrepo. Agli analisti le mosse di Obama appaiono per ora abbastanza limitate. Il New York Times parla di «baby passi» ma è probabile che lo faccia per fare abituare gli esiliati anticastristi di Miami, del tutto contrari a ulteriori passi avanti del presidente Usa. Passato un po' di tempo sarà infatti impossibile circoscrivere il permesso di visitare Cuba solo alla comunità dei cubano-americani, mentre lo si nega agli altri cittadini statunitensi. Di fatto il Congresso sta già lavorando a due proposte per togliere anche questa restrizione, il che potrebbe cambiare davvero lo scenario. Il Fondo monetario internazionale crede che i 2,3 milioni di turisti che l’isola riceve ogni anno potrebbero passare di colpo a 5, cambiando di fatto la realtà cubana e facendo in modo - come ha spiegato il politologo Rafael Hernández a La Vanguardia - che anche l’embargo risulti insensato.

E ieri Fidel ha tentato di fare ulteriore pressing. Ha fatto sapere che Cuba «non ha bisogno di elemosina» dagli Usa, né dal suo presidente, che «non ha menzionato neanche una volta la fine dell'embargo». Cuba «non accusa Obama delle atrocità commesse da altri governi degli Stati Uniti» e non dubita della «sua sincerità» - ha scritto l’ex presidente sul sito ufficiale Cubadebate - ma sa che ora «ci sono le condizioni perché Obama sfrutti la sua capacità a condurre una politica costruttiva». Anche se parla di «elemosina» il regime non si asterrà dall’applicare alle rimesse la tassa del 20 per cento.