Cuba, il regime «buono» lascia morire di fame il dissidente in carcere

MadridMorire a quarant’anni, dopo più di 80 giorni passati in sciopero della fame, per protesta contro un regime che lo aveva condannato, tra gli altri «reati», per «ingiurie alla figura del Comandante Fidel Castro». Sembrava che neppure a Cuba potessero ancora succedere tragedie di questo tipo sotto gli impietosi occhi del regime, visto che l’ultimo dissidente a morire per sciopero della fame era stato lo studente Pedro Boitel negli anni ’70. Invece, Orlando Zapata Tamayo, muratore di 42 anni, è morto martedì pomeriggio nell’ospedale di Hermanos Almeijeiras dell’Avana dove le autorità penitenziarie hanno deciso di portarlo quando era già troppo tardi, e la sua vita era stata ormai stroncata.
Zapata era stato arrestato nel 2003 accusato di ingiurie, insubordinazione, resistenza e condannato a 3 anni di carcere, nello stesso periodo in cui vennero incarcerati 75 oppositori politici. La spirale della repressione ha continuato a schiacciare il suo atteggiamento di sfida verso le autorità, aumentando gli anni di condanna, che alla fine lo avrebbero relegato dietro le sbarre per quasi trent’anni. Zapata, definito «prigioniero di coscienza» da Amnesty International, a dicembre ha allora smesso di ingerire alimenti per denunciare le continue torture ed i soprusi subiti in carcere. Secondo gli oppositori le autorità carcerarie lo hanno però continuato a vessare anche dopo e lo avrebbero lasciato agonizzare per settimane in cella di isolamento senza l’aiuto medico necessario. Solo una settimana prima della morte, in condizioni ormai più che critiche, disperate, il regime lo ha prima trasportato dal carcere di Camagüey ad uno dell’Avana e solo all’ultimo, lo ha ricoverato.
«Credo che quello di mio figlio sia stato un omicidio premeditato», ha denunciato la madre con voce rotta, di fronte alla telecamera della famosa blogger cubana Yoani Sánchez. «Dal mio profondo dolore chiedo al mondo che esiga la libertà degli altri carcerati», ha supplicato la mamma Reina Luisa Tamayo mentre si chiedeva se avrebbe avuto la forza per vestire e accompagnare suo figlio in veglia fino al funerale. «È una terribile tragedia che poteva essere perfettamente evitata», ha denunciato Elizardo Sánchez, presidente della illegale Comisión de Derechos Humanos y Reconciliación Nacional (Cdhrn) per il quale, «questo si può considerare un omicidio con apparenza legale».
Il colpo di immagine è stato infatti durissimo per un regime che, dopo il passaggio di potere da Fidel a Raul, sembra addirittura macchiarsi della morte di innocenti come non succedeva da quarant’anni. Mentre si presentava come leader «aperturista», liberalizzando la vendita di elettrodomestici e computer - senza accesso ad internet -, Raul ha dimostrato però di mantenere con l’altra mano l’apparato di repressione in piena attività. Ieri pomeriggio il leader cubano ha detto di essere dispiaciuto per la morte di Zapata, ma ha anche affermato che «non ci sono stati torturatori e non c’è stata esecuzione, quello succede nella base di Guantanamo. Il decesso - ha aggiunto - è «il risultato dei rapporti con gli Stati Uniti» e del loro comportamento».
Secondo Cdhrn, nelle strade però aveva fatto partire una «ondata di repressione» con l’arresto di almeno 25 persone. Un’altra trentina di oppositori sono invece stati bloccati nelle loro case. Le abitazioni della madre e dello stesso Zapata sono state praticamente circondate, mentre, secondo alcuni oppositori, il regime proverà a trattenere il cadavere il più possibile per evitare manifestazioni prima del funerale.
Stati Uniti e Ue si sono detti ieri profondamente rattristati per l’accaduto ed hanno chiesto che il regime «liberi senza ritardi» i dissidenti politici che, secondo la Cdhrn, sono attualmente almeno 200. La morte complica anche la posizione del premier brasiliano Lula, in questi giorni in visita a Cuba. L’oppositore Osvaldo Payà lo ha accusato infatti di complicità con il regime. La situazione potrebbe far fare marcia indietro anche alla Spagna - presidente di turno della Ue - sulla linea tenuta dal suo ministro degli Esteri Miguel Ángel Moratinos, che aveva promesso di usare il semestre per rafforzare le relazioni con Cuba e sperava di smussare la posizione dell’Unione verso l'isola.