Cuba senza libre

Ogni volta che ascolto una canzone dei Beatles penso a Cuba da quando vidi un documentario in cui un esule raccontava che fino al 1978 i loro dischi non potevano arrivare sull’isola e alla radio era proibito passarli. Tra le tante limitazioni della libertà personale, la più assurda e persino la più odiosa mi sembrava il fatto che, ad esempio, nel 1968, a un ragazzo di Cienfuegos fosse impedito di toccare il cielo con un dito sulle note di Hey Jude. Ecco perché quando un anno fa lessi che duecento «intellettuali» avevano firmato una lettera-petizione a favore di Castro, il nome che mi fece più impressione fu quello di Claudio Abbado. Com’è possibile - pensai - che un musicista mostri di apprezzare una dittatura in cui la musica è proibita?
In quel documento del marzo 2005, Abbado e gli altri centonovantanove firmatari (tra cui José Saramago e Nadine Gordimer, ma anche Gianni Minà e Red Ronnie), affermavano che a Cuba «non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria» e che la rivoluzione ha consentito il «raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente». Era probabilmente sfuggito a lorsignori che soltanto due anni prima, l’11 aprile del 2003, Castro aveva fatto fucilare Enrique Copello Castillo, Barbaro Leodan Sevillan Garcia e Jorge Luis Martinez Isaac, tre uomini rei di essersi impadroniti di un traghetto con l’intento di raggiungere la Florida; o che, quello stesso anno, Marcelo Lopez, membro del Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino, era stato condannato a una pena di 15 anni di carcere per aver trasmesso informazioni ad organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch su casi di condannati a morte nel suo Paese e per essersi fatto inviare copia della risoluzione di condanna emessa dalla Commissione diritti umani dell’Onu di Ginevra.
Ai molti cuori in cui Castro, ormai morente, continua a far breccia, si dovrebbe forse offrire la suggestione della voce del comandante che dalla Fortalea de la Cabana ordina al plotone d’esecuzione: «Preparen armas! Apunten. Fuego!», mentre il dissidente di turno grida: «Cuba libre!» o «Viva Cristo Rey!». Ma non sarebbe inutile ricordare a Saramago il fatto che a Cuba sono banditi i libri, tra gli altri, di Guillermo Cabrera Infante, Reinaldo Arenas, Raúl Rivero, Albert Camus, Octavio Paz e perfino di John Milton; o al maestro Abbado - e magari anche a Red Ronnie e a Manu Chao - l’ostracismo nei confronti dei Beatles e dei Rolling Stones negli anni Sessanta, secondo l’assunto che canticchiare I can't get no satisfaction poteva tradire qualcosa di diverso dalla semplice frustrazione sessuale.
Se con un cannocchiale riuscissimo a scorgere gli effetti del vento che erode il Tempo cristallizzato delle ere geologiche e potessimo sincronizzare il moto delle lancette dei nostri cronometri con quell’infinita lentezza, l'isola di Cuba ci apparirebbe come una scimitarra di smeraldo gettata in mare dal Gigante della Storia: impercettibilmente affonda nelle acque smaltate dei Caraibi, mentre una voce racconta di quando il 24 ottobre 1492 Colombo avvistò l’isola durante il suo primo viaggio d’esplorazione e ne rivendicò subito il dominio a nome della Spagna, dando l’inizio alla schiavizzazione di centomila indigeni. È il primo canto di un epos tragico che si snoda fino a quando Fulgencio Batista svendette tutte le miniere di nichel, l’80% dei servizi pubblici e il 50% delle ferrovie agli americani, trasformando Cuba nel paradiso del gioco d’azzardo e della prostituzione; e poi ancora oltre, almeno fino al 1° gennaio del 1959, quando Fidel Castro e i suoi barbudos entrarono trionfalmente a l’Avana e poi chiusero per sempre la bocca all’improvvido aedo proclamando: «All'interno della Rivoluzione tutto, fuori dalla Rivoluzione niente». Tutt’al più, se aprissimo bene le orecchie, riusciremmo ad ascoltare una voce flebile che scandisce i versi di Guantanamera: «Il canto sarà la mia morte, forse la felicità, ed io con rassegnazione aspetto qualsiasi destino». Guantanamera, la più famosa canzone cubana ha una storia complessa. È ad esempio incerta la sua paternità. La melodia sarebbe già esistita nel XIX secolo. José Pardo Llada, nel suo Diccionario de Nostalgias Cubanas afferma che «nacque dall’ispirazione di qualche trovatore popolare, probabilmente della provincia orientale, che cantò in onore di una guajira di Guantanamo». Nel 1932 Joseìto Fernàndez la riprese per il suo notiziario cantato. Scrive Helio Orovio nel suo Dizionario della Musica cubana: «A Joseìto venne in mente di chiudere i programmi della sua orchestra con una melodia di questo tipo invece della tradizionale rumba». Nel 1958, Juliàn Orbòn l’adattò ai Versos sencillos di José Martì (pubblicati nel 1895) e se la vide rubare dal suo alunno Héctor Angulo, che la registrò negli Stati Uniti alla Editorial Fall River Music. Nel 1963 se ne appropriò l’americano Peter Seeger, che la incise portandola al successo internazionale. Sul 45 giri c’era scritto: «Composta da Seeger-Angulo»; Orbòn inoltrò una causa per il furto della proprietà intellettuale e vinse a metà. La verità era che il primo a registrare il titolo Guatanamera fu Joseìto, davanti alla Sociedad General de Autores de España. Negli anni Ottanta, le figlie di Fernàndez reclamarono i diritti d’autore che il governo di Fidel non pagò mai al padre: «Nel 1978 papà ricevette un solo pagamento di quindicimila pesos cubani, ma il governo totalitario, siccome è abituato ad appropriarsi di ciò che non è suo, ha guadagnato milioni di dollari vendendo i diritti della canzone».
Finita qui? Neanche per sogno. Spunta un altro autore, Ramòn Espìgul. Secondo Rosendo Rosell (Vida y milagros de la Faràndula de Cuba) Espìgul scrisse Guantanamera molto prima che la rendesse popolare il suo amico Fernàndez; era, la sua, una versione non glossata dai versi di Martì né dalle decime di Josèito. Fu lui a scrivere: «Il canto sarà la mia morte, forse la felicità, ed io con rassegnazione aspetto qualsiasi destino». Il suo destino fu l’oblio, mentre Guantanamo, dove prima si mostrava la guajira per l’incanto del poeta, ora è un lager - microcosmo infernale del più vasto inferno di Cuba, il cui destino è quello di venire seppellita sotto gli appelli di gente che non può certo cantare «yo soy un ombre sincero» ma certamente quest’altra strofa: «Mi verso es de un verde claro / y de un carmin encendido» («I miei versi sono di un verde chiaro / ma anche di un rosso ardente»). Ah... Guantanamera, guajira guantanamera...
P.S.: I Beatles, alla fine, sono arrivati a Cuba. Addirittura, nel 2000, il líder máximo ha inaugurato all’Avana il Parque John Lennon. C’è pure una statua in bronzo del leader del gruppo, e un suo verso inciso sulla spianata di cemento: «Dirás que soy un soñador, pero no soy el único» («Dirai che sono un sognatore, però non sono l’unico»). Tutto molto bello.
Però dubito che il sogno di John Lennon avesse qualcosa a che fare con quello di Castro.