Cultura e propaganda sono cose molto diverse

(...) La prima brevissima: la mostra di Hofmann chiude un anno importante per il Palazzo, è inserita in un ciclo di incontri di livello internazionale, da Rusconi a Romano, da Touraine a Kusturica, tutti con alta partecipazione di pubblico. È stata valutata bene dalla critica d'arte, ha un buon numero di visitatori pur non essendo, negli obiettivi come nelle risorse investite, una grande mostra di rilievo nazionale come altre che abbiamo realizzato e che realizzeremo nei prossimi mesi. L'obiettivo - e avevamo iniziato nell'estate con la mostra di Sergio Maifredi e l'incontro con Lech Walesa- era ed è quello di non rimuovere o ridurre a mero fatto celebrativo un evento epocale come la caduta del muro e la fine del totalitarismo sovietico. In questo contesto la vicenda umana e artistica di Hofmann ripercorre larga parte del «secolo breve». Ma riflettere sulla fine del Novecento, è cosa caro Massimiliano che purtroppo nel nostro Paese hanno fanno poco sia la sinistra che la destra.
La seconda: personalmente non credo al «muro rosso» che grava sulla cultura della città. La Fondazione, pur dotata della sua autonomia, è un ente strumentale del Comune di Genova che ne approva gli indirizzi e ne definisce le risorse. Ritengo invece che la cultura della sinistra sia segnata da una crisi profonda, da rimozioni, da semplificazioni. E che la cultura di destra si muova spesso smarrita tra rivendicazioni antiche e difficoltà di misurarsi con il nuovo ruolo politico nel paese. Se leghiamo cosi strettamente politica e produzione culturale non si fa molta strada. Penso invece che bisognerebbe fare uno sforzo per ampliare gli spazi di circolazione delle idee, promuovere la qualità, rendere più forte sia il rapporto con il mercato sia la dimensione educativa e di conoscenza che è propria di una cultura che si vuole anche pubblica. L'obiettivo di dare risposta a più tipi di pubblico, di aprire a tutti, indipendentemente dai livelli di conoscenza, di tentare una strada che non coincida ne con «nicchie» autoreferenziali né con la «televisione fuori dalla televisione» è quanto abbiamo cercato di fare in questo anno. Con poche risorse, cercando di far crescere le entrate, non facendo debiti.
Se questo è uno scenario condiviso, l'appartenenza politica diversa diventa un valore aggiunto non una inutile e faticosa mediazione, né la negazione delle identità. Più che piantare bandiere serve forse dare il segnale che cultura e propaganda sono due cose diverse, che fare cultura significa anche riconoscere errori politici e ideologici, che nessuno spazio deve essere precluso a chi ha idee, valori, argomenti con cui vuole confrontarsi con altri. Perché è cosi che cresce una comunità. Ed è cosa che da sponde diverse mi sembra che entrambi tentiamo di fare.

*presidente Fondazione Cultura