«La Cultura? Rinascerà se Genova si libererà dai troppi clientelismi»

Proprio in questi giorni in cui la nostra fiducia nell'euro sta venendo meno (perché ci ritroviamo confortati, seppure a nostre spese, in quel convincimento euroscettico che ci ha accompagnato pressoché da sempre in questo decennio), riaffrontare il discorso sulla cultura non appare per nulla una divagazione estemporanea, né tanto meno una forma di evasione. Infatti la claudicante avventura della moneta unica europea, è frutto di una cultura che ci condiziona dal secondo dopoguerra. Se, dapprima, la cultura cattolica europea (attraverso i suoi rappresentanti: il tedesco Adenauer, l'italiano De Gasperi, il belga Spaak, i francesi Schumann e Monet) nella ricerca di avviare una rinascita del continente, tendeva a sviluppare nuclei di istituzioni comunitarie salutari per il recupero dell'economia continentale (e in questo senso va riconosciuto il beneficio indubbio realizzato), l'evoluzione della società nazionale si evolveva in senso del tutto diverso a quello del continente (a partire dal «mitico» '68). Nemmeno il crollo dell'Urss (1989-1991) risuscitava nel nostro paese (se non in parte modesta) una concezione ed un assetto autenticamente liberale. Inutile nasconderselo: il nostro paese ha ben poco a che fare con la civiltà atlantica (Inghilterra/Usa). Tutto quanto detto finora non è per nulla estraneo alla realtà genovese e alle ideologie che la animano. Non è difficile ricordare quanto fossero ostili ai modelli delle società inglese e statunitense, sia il Partito Comunista Italiano e quello genovese, così come l'allora cardinale Giuseppe Siri (e quanto proprio questi si diede da fare affinché la Confindustria ligure si inserisse il meno possibile nel cosiddetto «miracolo economico»). Possiamo dire senza tema di smentita che Genova, pur da sponde opposte, sia stata un laboratorio modello dell'avvenire. Se dal 1976 in poi la città è stata governata da Giunte di Sinistra (tranne un breve e ininfluente periodo dal 1985 al 1990), non è certo casuale. Con la liquidazione del vecchio centrosinistra ad opera di Tangentopoli gran parte di esso si ricondusse sotto le bandiere rosse del Pci (poi Pds, Ds, Pd. E così via). Donde il consolidamento del regime genovese tuttora in carica. Ora la cultura genovese non è proletaria. È soltanto piccolo borghese occultata sotto un vessillo (annacquato da Prolet-Kult). In questo senso, pur non condividendole, non ho nulla contro le imprese (pubblicamente tutelate) di Luca Borzani che tiene una posizione mediatrice, consapevole com’è del perdurare dello sfacelo dell’ideologia italiana del dopoguerra (ormai ai suoi estremi sdruciti). Credo però che il centrodestra non possa lamentare l'emarginazione del cardinale Bagnasco (che non sussiste, visto gli ottimi rapporti di Sua eminenza con tutti i poteri cittadini, a partire proprio da quello di donna Marta Vincenzi, per non parlare di quello delle dieci famiglie che contano in città). La munificenza della famiglia Garrone (a parte la non detto tutto felice condizione della Sampdoria) è certo un prezioso cadeau (allineato a sinistra). Il centrodestra deve sforzarsi di avere più coraggio e rendersi conto (ammesso che ce ne sia ancora bisogno) del fatto che quello che urge è la rinascita di una cultura di tipo nazionale, libera dalle remore e dai clientelismi che l'hanno consolidata. La guerra fredda ha diviso l'Italia in una maniera così profonda che la ferita non è ancora stata del tutto recuperata. Quel delirio di valori antinazionali che, purtroppo, afflisse il nostro paese, dopo lo sfacelo della seconda guerra mondiale, attende di essere definitivamente ricomposto. O l'Italia si scioglie, travolta dalle fazioni e dalle masnade politiche oppure con un colpo d'ala si rimette in quota per esplorare e realizzare nuovi assetti istituzionali. In questo senso c’è tutt'oggi una cultura che può propiziare questa trasformazione. Dopo di essa si libereranno altre energie capaci di apportare, è sperabile, significative novità. Luca Borzani sarà una rondine (che non fa primavera!) ma che possiede una sua dignità nelle proposte culturali che offre al pubblico cittadino. Genova, però, e mi dispiace dirlo perché è la mia città, continua ad essere una realtà tradizionale (non nel senso antico della parola) che non riesce davvero a risollevarsi e a intraprendere un cammino che si segnali per originalità.