Segre, la ricerca filologica della "verità" letteraria

Da Boccaccio ad Ariosto fino a Montale, una vita tra scrittura e insegnamento Contro individualismi e "intuizioni", rivendicò sempre la concretezza del testo

Cesare Segre, filologo e critico letterario, è morto ieri pomeriggio a Milano. Lo ha annunciato la famiglia. Segre, classe 1928, era nato a Verzuolo in provincia di Cuneo. Teorico della semiologia era anche firma prestigiosa del Corriere della Sera. Ha pubblicato diverse opere per Einaudi; di recente la sua produzione è stata raccolta in un Meridiano Mondadori.

Pochi giorni fa è stato pubblicato un imponente Meridiano Mondadori per celebrare l'opera di Cesare Segre, nato a Verzuolo (Cuneo) nel 1928 e morto ieri a Milano all'età di 86 anni. Nonostante la mole, il volume ha comunque richiesto una selezione radicale degli scritti dello studioso, una vita trascorsa a insegnare Filologia romanza e molto altro all'università di Pavia. Segre aveva comunque deciso di raccogliere soprattutto le pagine di critica, ritenute più adatte al lettore non specialista, escludendo quasi per intero la sua produzione filologica. Una produzione che ha cambiato profondamente la conoscenza della letteratura italiana. È questo un traguardo che pochi possono vantare, quasi nessuno per la verità, e che colloca Segre accanto a giganti come Dante Isella, Gianfranco Contini e Carlo Dionisotti.
Allievo di Benvenuto Terracini e dello zio Santorre Debenedetti, Segre è stato un maestro innanzi tutto nella sua disciplina, la filologia. I suoi lavori sull'Ariosto, sulla Chanson de Roland, sul Novellino e sulla prosa del Duecento, limitandoci al minimo sindacale per motivi di spazio, sono imprescindibili. Su questa solida base, fatta di ore trascorse sui manoscritti a studiare gli svarioni dei copisti e le correzioni d'autore, Segre ha costruito tutte le sue opere mature, a partire da Lingua, stile e società (Feltrinelli, 1963), una raccolta organica di saggi sui momenti decisivi della prosa italiana. Segre affronta il problema del rapporto col latino, approfondisce il Trecento di Boccaccio (e Sacchetti), “scopre” le gemme nascoste del Rinascimento, rivaluta il Manierismo e allarga il suo sguardo al rovescio della preponderante scuola umanistica, indagando la corrente maccheronica, dialettale ed espressionista. Le osservazioni “tecniche” sulla lingua e sulla sintassi vanno qui di pari passo con l'attenzione per i mutamenti in atto nella società. Profondità scientifica e piena leggibilità: cosa chiedere di più a un saggio?
Segre, con Maria Corti e Silvio D'Arco Avalle, ha introdotto in Italia nuovi metodi della critica letteraria, in particolare strutturalismo e semiologia in cui vedeva, come già Gianfranco Contini, uno sviluppo naturale dei suoi interessi filologici. Dallo studio delle varianti di un testo, delle differenze tra una stesura e l'altra, si rivela la “struttura” del testo stesso, il suo ordine interno, i criteri che hanno guidato la mano dello scrittore. L'idea aveva anche un risvolto polemico, perché cozzava contro l'individualismo partigiano o “intuizionistico” ostentato dalla maggior parte dei critici letterari, in realtà poco attenti alla concretezza della pagina scritta. Per questo non passò inosservata l'inchiesta Strutturalismo e critica, curata da Segre nel 1965 e allegata al catalogo generale del Saggiatore, anche se il contributo più noto in questo ambito è forse il saggio I segni e la critica, uscito per Einaudi quattro anni più tardi. Segre ha collaborato con le riviste più prestigiose, a partire dagli Studi di filologia italiana editi dall'Accademia della Crusca (di cui tra l'altro era membro). È stato redattore di Paragone, direttore con Corti, Avalle e Isella di Strumenti critici. La migliore editoria (accademica e non) porta senz'altro il suo marchio.
L'influenza e l'attività di Segre è andata oltre. Nelle vesti di critico militante si è occupato di scrittori italiani e stranieri, da Machado a Montale, da Gombrowicz a Pizzuto. Come saggista, bisogna ricordare la sua autobiografia Per curiosità (Einaudi, 1999). Come narratore, ha esordito nel 2010 con Dieci prove di Fantasia (Einaudi).
Segre è stato un grande professore. Quando saliva in cattedra, insegnava a badare al sodo. Pochi preamboli e molti pacchi di fotocopie di antichi manoscritti. Obiettivo finale: la comprensione del metodo filologico attraverso la pratica indirizzata con mano sicura da numerose occasioni di confronto. Lo studente, spesso una matricola, si trovava immerso, senza preavviso, in un mondo sulle prime incomprensibile, poi sempre più affascinante. Infine capiva il messaggio: le teorie letterarie che prescindono da una conoscenza a tappeto dei testi, della tradizione, della lingua, della sintassi sono fanfaluche per allocchi. Possono incantare per un breve periodo (di solito giusto i quattro-cinque minuti che ci vogliono a leggere una recensione su un quotidiano) ma sono destinate a sparire senza lasciare alcuna traccia. Segre di tracce ne ha lasciate molte.