Perdere l’"identità" è perdere la faccia

Persona, comunità, politica e cultura devono avere un tratto distintivo. Lo insegnava Aristotele ma lo abbiamo dimenticato

Ma ha senso, nell'epoca fluida e globale, appellarsi alle identità personali e comunitarie, politiche e culturali? Le identità non sono reperti arcaici, inerti e retorici o, come rozzamente dice qualcuno, cazzate e baggianate? L'identità è un principio fondamentale in filosofia: è di derivazione presocratica ma Aristotele fonderà la logica occidentale sul principio d'identità. Quella logica su cui ancora ci basiamo per capire e distinguere. Ma è anche un concetto usurato nella pratica se ne consideriamo l'uso e l'abuso per rassicurare le proprie pigrizie, non confrontarsi col mondo, chiudersi nel proprio recinto. Personalmente preferisco riferirmi a un principio più fluido e vitale che è la tradizione, dove la continuità implica il mutamento, il passaggio generazionale di padre in figlio, e dove il senso della trasmissione non riguarda solo il passato ma anche il futuro. Diciamo che l'identità sta alla tradizione come la montagna sta al mare. O, con una formulazione più filosofica, l'identità attiene all'Essere, la tradizione è l'essere in divenire. Comunque riconoscere l'identità è riconoscere in ogni persona e comunità non solo i diritti individuali ma un volto, un'anima e una storia, rispettando nell'identità la sua dignità.

Un'epoca labile e mutante come la nostra, segnata dalla velocità e dalla rapida deperibilità di tutto, principi, legami e consumi, ha bisogno per contrappeso di punti fermi, di fedeltà che sfidano la precarietà e il volgere delle mode. Mai come oggi abbiamo bisogno di riscoprire la gioia delle cose durevoli. È questo, in fondo, il principio che regge il pensiero conservatore e che qualcuno lo banalizzi e lo ridicolizzi mortifica la sua intelligenza e il suo spirito liberale ma non scalfisce la grandezza e il valore di quei principi. È così difficile accettare che ci sia un pensiero conservatore imperniato sull'identità così come c'è un pensiero progressista fondato sull'emancipazione? La Tradizione è un bisogno fondamentale dell'animo umano, almeno quanto lo è il movimento. All'uomo si richiede duttilità e costanza, e non può rinunciare a uno dei due o applicarle all'inverso. Ogni società necessita di assetti stabili e piani mutevoli.

Su queste premesse va fondato il discorso sulle identità politiche. Nessuno può ragionevolmente pensare di imbalsamare destra e sinistra - e magari anche il liberalismo, che non è un'essenza eterna ma una categoria storica come le altre. E nessuno può pensare di fondare oggi un'identità politica sul fascismo o sul comunismo. Sono il passato, fanno parte della memoria. Destra e sinistra si usano solo per capirsi all'ingrosso ma sono categorie residuali. La politica che non ha contatti con la storia e la tradizione, con l'etica e i valori, si riduce a quella cosa miserabile che è sotto i nostri occhi. Se non è animata da passione civile e ideale si riduce a servitù e meschinità, corruzione e affarismo.

La politica ha due compiti fondamentali. Uno è governare un Paese, guidarlo e amministrarlo, affrontare i problemi pratici, decidere. Ma c'è pure un altro compito che non è ridicolo o superato, bensì essenziale: la politica è il luogo in cui le nostre solitudini, le nostre individualità convergono in uno spazio pubblico e in scelte condivise. Nella politica si esprimono e si rappresentano i valori pubblici, le visioni comuni e si fonda la concittadinanza. Intendiamoci, la politica non è l'unico spazio pubblico che esprime valori condivisi, ci sono altri ambiti, altre comunità. E poi, accanto allo spazio pubblico, c'è la sfera privata che riguarda la nostra intimità e le nostre scelte individuali. La politica è il luogo di sintesi in cui masse di individui si sentono popolo, partecipano alla vita pubblica, sentono di appartenere a una polis, pur senza escludere le differenze. Tutto questo non nasce coi regimi dispotici o con le ideologie totalitarie, come pensano i cronisti di corte vedute; nasce con la politica, anzi con il pensiero, nasce con Platone e Aristotele e poi continua nei secoli. Anzi, di più: quel mondo comune è l'essenza della politica e la base di ogni civiltà.

In quella chiave assume significato il richiamo politico alle identità. Identità aperte e non chiuse, mobili e non fisse, identità che si rispettino nelle loro differenze e non pretendano d'imporsi una sulle altre. La più grande rivoluzione, benefica e incruenta del Novecento, fu fatta nel nome dell'identità, della sovranità e della tradizione: dico quella di Gandhi. Da cui non scaturì un ritorno al passato ma una modernizzazione armoniosa dell'India. L'identità francese fu il perno della svolta di De Gaulle e anche la liberale Thatcher compensò il suo liberismo economico con la difesa conservatrice della tradizione e dell'identità inglese. E la riunificazione delle due Germanie non fu fondata sul desiderio di ricucire la ferita di un'identità divisa forzosamente in due?

Che le identità siano preziose e non sterili o nocive lo dimostra a contrario la loro assenza nella nostra politica. Quando non ci sono identità da confrontare, quando non c'è una cultura civica e una tradizione alle spalle, quando non c'è una civiltà come terreno condiviso, inclusa la civiltà delle buone maniere, nasce quello schifo di politica e antipolitica da cui tutti stiamo fuggendo. Le differenze non sono più fondate sui contenuti, sulle diverse sensibilità, sulle idee o sui temi concreti della vita; ma su livori, personalismi, banalità e malaffare. Preferisco dividermi sullo ius soli piuttosto che su Ruby; preferisco una politica che si differenzi sui contenuti politici e non sui contenuti delle intercettazioni telefoniche. E poi non veniteci a raccontare che la tanto invocata rivoluzione liberale è andata a puttane in Italia a causa di quattro gatti che dicevano di tenere alle identità... Suvvia, tornate alla realtà.

Certo, al tema delle identità un liberale è meno interessato e io lo capisco, lo rispetto e non pretendo che si adegui a questa visione. Per un liberale contano di più gli individui, i contratti, i mercati. In politica so distinguere tra la parte e il tutto, so che ci sono culture, e soprattutto inculture, diverse, anche nel centro destra. Nessuna reductio ad unum. Chiedo attenzione alle identità, soprattutto da chi ha fondato la sua ragione politica e il suo consenso su quei temi, ma non per questo irrido e disprezzo chi è refrattario alle identità. Segua la sua strada, che non è la mia, ma non pretenda di ridurre le nostre diversità al suo modo di pensare, ritenendo che sia l'unico moderno, universale, indiscutibile. Alla fine, questo differenzia chi rispetta la libertà da chi dice di essere un liberale.

Commenti

idleproc

Lun, 24/06/2013 - 10:26

Concordo con la "filosofia" del testo che crea una sintesi tra il lato positivo del pensiero liberale al quale sono arrivato tardi nella vita e che oggi considero irrinunciabile e il lato "nazionale" e di identità di un popolo, culturale, sociale, storica. Ciò che non comprendono molto bene i liberali "puri" e che l'idea borghese di un individuo libero e singolo che interagisce dinamicamente con altri nelle stesse condizioni, nell'epoca della concentrazione di potere socio-economico dovuta alla concentrazione del capitale ed alla conseguente demolizione della democrazia borghese liberale, è fare della retroguardia. Oggi, l'identità di un popolo e il riconoscersi socialmente come comunità è autodifesa comune e progetto di futuro, sempre che non siamo tutti concordi che il futuro sia deciso dal "CdA" di una banca centrale, da un Hedge Fund o da qualche oligopolio globale finanziario o meno. Se dovessi pensare di finire in un mondo del genere, spero di crepare presto.

Ritratto di Massimo Scalfati

Massimo Scalfati

Lun, 24/06/2013 - 11:16

Attenti ai passi falsi nel ragionare di filosofia politica. Il liberalismo è un pensiero totalitario, ammantato di falsa libertà. La sua origine illuministica ne condiziona la natura. Come hanno dimostrato i filosofi della Scuola di Francoforte (Adorno ed Horckheimer - Dialettica dell'illuminismo) l'illuminismo possiede un'intrinseca natura totalitaria, nel senso che tenta di condizionare totalmente il modo di pensare, non ammettendo altro modo. Così, nel mondo globalizzato di oggi, il "pensiero unico" liberale (e liberista in economia) sta monopolizzando tutto e non ammette il pensiero divergente o alternativo, che viene bollato come antistorico. Si tenta di condizionare perfino gli aspetti esistenziali più profondi. NO, caro Marcello, io, al tuo posto, bollerei senza riserve l'ideologia liberale come totalitaria e da respingere senza ammetterne qualche valenza politica neanche per un attimo.

Agev

Lun, 24/06/2013 - 12:33

Se al tempo di Friedrich Nietzsche .. l'unico filologo/psicologo .. senza di Lui non sarebbe mai nata la psicologia , fossero vissuti almeno 3.000/5000 uomini affini al suo sentire ed essere .. ci saremmo evitati sia la prima che seconda guerra mondiale . Grande il pensiero/sentire del liberale ma, di fatto consegnò la Germania ad Hitler e rischiò di consegnare l' America a Stalin . Gaetano

Ritratto di michele lamacchia

michele lamacchia

Lun, 24/06/2013 - 14:52

Povero Croce, povero Einaudi: ma lo sapevano che erano totalitari? E ci presero per i fondelli; ce lo dovevano dire che l' unico pensiero non totalitario è, invece,...a proposito, perché non ce lo dicono questi prof e assimilati che gestiscono il campionario come “cosa loro”, che “bollano”, che “bocciano”. Che invidiabile apertura mentale!

Lino1234

Lun, 24/06/2013 - 15:42

Insuperabile Veneziani. Non pretendo di mettermi al Tuo livello in fatto di cultura. La mia è quasi tutta autodidatta. Ho letto però i post dei primi quattro commentatori: ldleproc, Scafati, Agev, lamacchia. Mi è rimasta l'impressione che, loro, non abbiano capito nulla della "sostanza" del Tuo articolo. Sbaglio ? Altrimenti a non capirci nulla sono io. La mia modesta conoscenza di filosofia è condizionata da B. Russell. Sono forse troppo vecchio ? Saluti. Lino - W Silvio.

mila

Lun, 24/06/2013 - 17:07

@ Massimo -Il liberalismo classico ottocentesco era diverso dal pensiero unico attuale, che e' liberale nel senso di "liberal" all'americana , e quindi e' logico che sia irrimediabilmente degradato. Noi confondiamo i due termini anche a causa della totale soggezione alla cultura americana.

Nadia Vouch

Lun, 24/06/2013 - 17:38

Da liberale, mi permetto di farLe notare che esiste anche una tradizione nella tradizione. Nel senso che, per fare un esempio banale, mettiamo che tutti i membri di un gruppo osservino una data ricorrenza. Che nella stessa siano previsti dei riti. Pare di tutta evidenza come di gruppo in gruppo, pur restando tutti i gruppi appartenenti alla medesima comunità, ci saranno delle sfumature: ciò emerge particolarmente nell'ambito della cultura culinaria, dove persino un ingrediente o un passaggio di preparazione possono suscitare vere sfide e vivaci contrasti. Così, partendo magari dalle cose più apparentemente banali, ogni tradizione è destinata a modificarsi, fino in molti casi ad estinguersi. Conservare a lungo una tradizione implica applicare rigidi protocolli comportamentali. Altrimenti, nessuna tradizione potrà durare a lungo, specialmente oggi, in un'epoca dove per esempio queste mie parole, ora scritte, sono già invecchiate. Cari saluti.

Ritratto di michele lamacchia

michele lamacchia

Lun, 24/06/2013 - 18:40

LINO1234, Lei ha perfettamente ragione quando pone l' alternativa: altrimenti.

Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Lun, 24/06/2013 - 22:30

La dialettica tra identità e tradizione, ben evidenziata dall'intervento di Veneziani, mi sembra ottimamente esemplificata da luoghi come il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari a Roma, nel quartiere EUR. E' uno dei Musei meno visitati che esistano a Roma. Una delle raccolte più "cristallizzate" e legate ad un passato un po' polveroso (e, per quello, affascinante) impossibile da attualizzare, proprio perchè gli oggetti ivi conservati attuano la migliore rappresentazione dell'"identità" come luogo quasi dell'immobilità, dell'ineffabilità. Vedere nelle vetrine le ceramiche popolari (alcune ho fatto in tempo a vederle "dal vero"!), gli ex voto, attrezzi e vestiti classificati come reperti archeologici, mi dà sicurezza in quanto vedo che la memoria è stata salvaguardata e musealizzata, ma, per lo stesso motivo, capisco come l'"identità" somigli più ad una riserva di lingotti d'oro, preziosissima, ma ormai lontana e intoccabile. Quando la "tradizione" viene messa in campo allora si ha il deleterio effetto "agriturismo", nel quale (dice bene @Nadia Vouch) ognuno si sente autorizzato a interpretare (e perciò a falsare) un'identità ridotta a "teatrino" per turisti superficiali. A questo punto non è esagerato dire che anche nella contrapposizione tra chi difende una identità non modificabile (io mi ritengo tra questi) e chi difende il presunto "dinamismo" di una tradizione che si allontana dall'identità, si manifesta una conflittualità Destra-Sinistra; dove "destra" non necessariamente è l'immobilismo, ma piuttosto la "sostanza" delle nostre radici e dove "sinistra", può voler dire "progressività", ma anche licenza e arbitraria manomissione di un patrimonio e dispersione dei contenuti. Al che, verrebbe da dire: "ma un Museo di oggetti popolari è un luogo che non può dire più niente a nessuno oppure è l'ultimo baluardo dove noi ci potremmo rifugiare nell'ultimo assedio della nostra civiltà?

Ritratto di tethans

tethans

Mar, 25/06/2013 - 01:37

L'italia nemmeno tra 10.000 anni iersera la sua faccia di pigra e ladra .. È la politica sarà sempre la stessa .. Ruba ruba

Ritratto di Runasimi

Runasimi

Mar, 25/06/2013 - 01:48

Molto interessante disquisire di identità a livello stratosferico. Scendendo a terra però ci ritroviamo in un paese che sta cancellando la propria identità a causa di un assurdo multiculturalismo professato e imposto dai reduci orfani del comunismo.