Altro che «biologico è bello» La vita è una guerra chimica

È sorprendente come la pseudoscienza quotidiana si riempia la bocca di parole scientifiche senza che queste significhino niente, eppure tutti le ripetono, in televisione, sui giornali, al supermercato. Due tra tutte: la differenza tra chimico e biologico. Con pullulare di vegetarianesimi, ristoranti specializzati, alimentari con bollino Bio, fanatismi del chilometro zero. Ignorando, anzitutto, come tutta la vita sia biologica e tutto il biologico sia chimico, ma non solo.
In quanto spesso il “naturale” è solo chimica non testata e elevata a dogma, e la religione più di moda, oltre alle religioni, è proprio quella del naturale, Bio al posto di Dio: ciò che è naturale è buono. Cavolate. A cominciare dal cavolo. Come spiega anche Steven Pinker in un bellissimo saggio, Come funziona la mente, ormai un classico di divulgazione scientifica, edito da Mondadori e ripubblicato in una bella edizione aggiornata da Castelvecchi: «al cavolo, creatura darwiniana, non piace essere mangiato più di quanto piaccia a noi, e siccome non ha altri mezzi per difendersi con l'azione, ricorre alla guerra chimica». Eh già, proprio chimica. Chimica come tutto ciò che respira. Tutta l'esistenza è una guerra chimica. Per cui non sorprendono neppure gli studi di un'altra ricercatrice, la biologa Margie Profet, sulle nausee delle donne incinta: servirebbero infatti, dalla preistoria a oggi, a inibire le donne dall'ingerire vegetali, carichi di tossine pericolose per il feto nei primi mesi di gravidanza. E non pensate, o voi vegetariani e vegani antimoderni, ai vegetali trattati con pesticidi: si discute di un adattamento vecchio qualche centinaio di migliaia di anni.
Nel successo di questi luoghi comuni pesa da decenni la propaganda anticapitalista, il mito del buon selvaggio, l'idea di una modernità governata da complotti occulti. Infatti gli unici messaggi scientifici che passano sono quelli antimoderni, come il global warming, perché colpa dell'uomo. Tuttavia se gli stessi scienziati che denunciano il surriscaldamento globale consigliano il rimedio del nucleare, l'energia al momento meno dannosa e più pulita, restano inascoltati, gli si preferisce la decrescita felice di Georgescu-Roegen, Serge Latouche e infine le cinque stelle di Beppe Grillo. Il ritorno beato e beota al Pleistocene.
Per cui ci si affida volentieri allo stregone di turno, senza accorgersi di cadere proprio lì nella controinformazione e nel business naturalistico, i famosi “rimedi antichissimi”. Tanto antichi che anticamente si crepava presto. Perfino un vegetariano convinto come Umberto Veronesi fatica a convincere la gente a non mangiare il mais naturale, il quale contiene aflatossine cancerogene. Meglio il mais OGM, da cui le tossine sono state geneticamente tolte, e si accusa Veronesi di fare gli interessi di chissà quale industria, preferendo gli interessi degli agricoltori naturali come Mario Capanna. Insomma, se mettessero i foglietti illustrativi a cavoli e mais ci sarebbero numerose controindicazioni. Da prendere con le pinze pure il mantra degli “antiossidanti” (ormai qualsiasi mamma ripete «mangia, ci sono gli antiossidanti»), messi recentemente sotto accusa da studi poco graditi pubblicati su riviste autorevoli come Science e Nature.
Più in generale non è solo il mondo degli intellettuali a essere scientificamente ignorante, ma tutto ciò che ancora, nelle scienze umane e sociali, non si aggancia alla biologia evolutiva, alla genetica, alla biochimica molecolare, perfino per quanto riguarda il cervello. Un pezzo da museo è la psicanalisi, con Freud e Jung e infinite scuole derivate, ancora con un vasto seguito popolare. Eppure basta leggersi i saggi di Antonio Damasio (tutti editi da Adelphi) per rendersi conto di come una minima lesione al lobo frontale possa cambiare completamente la vostra personalità, impedirvi di provare emozioni, non farvi neppure riconoscere vostra moglie (a volte un bene). Oppure Connettoma, appena edito da Codice Edizioni, di Sebastian Seung: vi spiega come funziona un vostro pensiero a livello di sinapsi e connessioni neurali, con qualche limitazione del vostro libero arbitrio. Morale della favola: non andate da uno psicanalista, affidatevi a un neuroscienziato. Tenete conto che la spiegazione freudiana delle suddette nausee da gravidanza è «la ripugnanza che la donna prova per il marito e il suo inconscio desiderio di abortire il feto oralmente», forse gli Hutu e i Tutsi ne hanno una migliore.
D'altra parte, soprattutto negli ultimi vent'anni, nessuna ricerca neurologica seria può fare a meno della biologia evolutiva, e gli psicologi seri studiano psicologia evoluzionistica. Il nostro cervello di Homo Sapiens si è adattato alla modernità utilizzando l'hardware di duecentomila anni fa, a sua volta derivato dal cervello di ominidi e primati vecchi milioni di anni.
In ogni caso, caso strano, tutti voi fanatici della natura, diffidenti dalla scienza e dediti a ogni medicina alternativa (alternativa alla conoscenza), non vivete sugli alberi, come i vostri antenati. Forse pur recandovi in un'erboristeria sospettate senza saperlo che la vita media delle civiltà prefarmacologiche era meno della metà della nostra. Per carità, potete non prendere un betabloccante, perché secondo voi è un rimedio artificiale e umano e quindi dannoso, e curarvi con erbe e tisane. Come Red Ronnie, convinto ci si ammali a causa dei farmaci. Morirete prima, ma di morte naturale, felici e contenti, e alla fine a me importa un cavolo, sono cavoli darwiniani vostri.

Commenti

Nadia Vouch

Mar, 17/09/2013 - 16:48

Che la vita sia governata dalla chimica posso concordare. Ma dire che in gravidanza sia una difesa non assumere vegetali, è una sciocchezza. Da anni è stata ormai provata la necessità di acido folico, contenuto soprattutto in taluni vegetali, onde contrastare tra altri il fenomeno della spina bifida nel feto. In quanto alle aflatossine, esse sono metaboliti secondari, tossici e cancerogeni, che si sviluppano solo in determinate condizioni e non solo nel mais, come invece qui detto. Riguardo ai principi attivi contenuti in piante in senso generico e generale, è vero che un tempo le persone si curavano con le uniche cose che avevano a disposizione, ossia con ciò che esse la natura offriva. Ma, da quella volta, ci sono studi scientifici e laboratori super specializzati che estraggono dalle piante (sempre in senso generale) solo i principi attivi utili ed efficaci, indicandone modalità d'uso e dosi e controindicazione nella interazione con i farmaci sia naturali che di sintesi. Poi, Lei sa che, il benessere fisico si lega al benessere psichico. Credere che qualcosa faccia bene, va a dare quel effetto placebo, altrettanto ben conosciuto e studiato, che è parte integrante e fondamentale dell'effetto terapeutico di qualunque farmaco o terapia vengano somministrati. Anche il cibo può essere considerato in qualche modo un "farmaco" (non ovviamente nella corretta accezione del termine farmaco, ma in senso figurato sì). Perciò, il Suo articolo, appare più scritto sulla base di preconcetti che non su una effettiva informazione. Saluti.