Anche Roth, Ford e Houellebecq si sono misurati con la clonazione e l'oltretomba

Già Philip Roth mise in scena il dramma di un uomo comune al cospetto della morte in un suo piccolo capolavoro, Everyman.

Mentre la scienza allarga i suoi confini dall'infinitamente piccolo all'infinitamente grande, dall'origine della vita molecolare al destino dell'universo, sempre più spesso gli scrittori si concentrano sugli estremi della vita: la nascita e la morte. Perché sono gli unici momenti su cui abbia senso interrogarsi, su cui si fonda la nuova tragedia moderna dell'essere. Non dissimile dalla vecchia tragedia, ma con una diversa cognizione delle cose. Sappiamo, in qualche modo, che iniziamo dal nulla e finiamo nel nulla, in un universo isotropo, in rapida espansione, e senza scopo.
Già Philip Roth mise in scena il dramma di un uomo comune al cospetto della morte in un suo piccolo capolavoro, Everyman. Né più né meno che nella Morte di Ivan Il'ic di Tolstoj ma con una visione drammatica della medicina, del decadimento clinico, dell'ineluttabilità organica della malattia. Al contrario Michel Houellebecq si occupò nelle Particelle elementari della fabbricazione di un nuovo essere umano, geneticamente modificato per sopravvivere alla morte. È in effetti una delle ultime frontiere della ricerca, la terapia genica, peccato che funzionerà sui non ancora nati.
Come, sempre Houellebecq, successivamente anche nella Possibilità di un'isola, dove la sopravvivenza era affidata alla clonazione, e la voce narrante allo stesso individuo clonato nel tempo. Un modo per rinascere all'infinito, con una fregatura: non avere memoria dell'essere stati, doversi tramandare un copione per capirlo ed essere nuovamente se stessi. Per Richard Ford, invece, Lo stato delle cose era essere malati di cancro alla prostata e rassegnati leopardianamente alla fine.
Così Ian McEwan, scrittore da sempre attento alla scienza (si pensi a Sabato e Solar), nel suo ultimo romanzo (appena uscito) intitolato Nel guscio (Einaudi), dà voce a un feto per imbastirci intorno una storia dai risvolti shakespeariani. Nel guscio, come l'Amleto: «Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito - se non fosse la compagnia di brutti sogni».
Necessaria fin da subito, da parte del lettore, una discreta dose di suspension of disbelief per accettare il feto parlante, che denuncia il complotto della mamma e dello zio per avvelenare il padre. Ma, attenzione (soprattutto se siete antiabortisti), McEwan non introduce alcuna fede metafisica, il suo espediente prenatale serve da spionicino, e anzi riempie il libro di considerazioni scientifiche, siccome il piccolo è cosciente di essere «una sequenza di coppie elicoidali voluta dal caso» (con oltretutto una parte del patrimonio genetico dell'odiato zio, fratello del padre). E che «saremo sempre circondati dalla realtà circostante: è il prezzo da pagare per il complicato dono della coscienza». Una strenua lotta tra questo esserino già prematuramente pensante e la madre Trudy, che è una lotta anche biologica tra due rivali, in quanto «una donna gravida deve combattere contro l'inquilino del suo stesso utero. È la Natura, a sua volta madre, a decretare una competizione per le risorse che potrebbero rivelarsi indispensabili al sostentamento dei miei rivali. La mia buona salute dipende da Trudy, che tuttavia deve salvaguardare se stessa a mio discapito». Quanto insomma insegna la genetica: un feto si comporta, rispetto al corpo che lo alimenta, come un parassita, in un universo dominato dal caos. La visione del mondo è che «siamo soli, tutti noi, perfino io, tutti in cammino su una via deserta, con in spalla il nostro fagottino di progetti, di organigrammi di un inconsapevole progresso».
All'estremo opposto di McEwan c'è Don DeLillo, il cui ultimo romanzo, Zero K (ancora Einaudi) si incentra sulla morte, o meglio sull'eutanasia, o meglio ancora sull'ibernazione in seguito a una malattia incurabile. È l'extrema ratio di fiducia nella scienza: credere che ci possa donare l'immortalità post mortem. Zero K è la misura dello zero assoluto (273,15 gradi celsius), la promessa è «morire come esseri umani e rinascere come cloni criogenici», dove le teste vengono staccate dai corpi e custodite criogenicamente. Quand'è che diventiamo solo corpi, quand'è che finiamo di esistere? È la domanda che assilla l'umanità da sempre (perfino il replicante di Blade Runner vuole sapere: «Quanto mi resta?») ma stavolta senza reti di salvataggio religiose: «Ci sono vari livelli di resa. Il corpo interrompe una funzione e poi forse un'altra o magari no, il cuore, il sistema nervoso, dalle diverse parti del cervello al meccanismo di ogni singola cellula».
E gli altri scrittori? E i nostri scrittori, così ombelicali, così regionalistici, così sociologici? Più in generale ignorano la scienza, per una precisa presa di posizione, per voluta cecità e ignoranza. E dunque, di conseguenza, ignorano l'inizio della vita e la sua fine nella loro tragicità, come se fossero rimasti al medioevo, oppure la seguono secondo riflessione di Ennio Flaiano, dove «lo scienziato, stanco dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo, decise di dedicarsi all'infinitamente medio». Problema centrato da un saggio di Charles Percy Snow di mezzo secolo fa, intitolato Le due culture (Marsilio), dove si analizza la separazione della cultura umanistica da quella scientifica. Ma, ignorando ogni implicazione filosofica dell'evoluzione, gli spaventosi miliardi di anni di un cosmo in evoluzione, il Dna, gli atomi di cui siamo composti, come si potrà dire qualcosa di veramente umanistico? In realtà lo scienziato non lo fa, ma la maggior parte dei letterati sì.