Bernhard mette in scena la ribellione contro la vita

Dalla nuova antologia Einaudi emerge in pieno la caustica poetica dello scrittore austriaco. Peccato l'introduzione che riduce la complessità a vecchi cliché marxisti

Se andrete a comprare, come spero che facciate perché sono bellissimi, i due volumi con il teatro di Thomas Bernhard pubblicati da Einaudi (pagg. 240 e pagg.210, euro 18 a volume) consiglio di migliorarli strappando la prefazione al secondo. Come consiglio di strappare qualsiasi prefazione o postfazione di letterato a un grande scrittore. Anzitutto perché uno scrittore tanto più è grande quanto meno è legato a un'ideologia, e in secondo luogo perché per i critici vale esattamente l'opposto, tanto più contano quanto più professano una fede, sempre la stessa. Non che Eugenio Bernardi non abbia studiato, per carità, è preparatissimo, ma appiccica anche al gigante austriaco l'etichetta di antioccidentale che si ribella al progresso e alla modernità. Un cavolo.

Nei romanzi, come nel teatro, Bernhard non si ribella all'uomo moderno ma all'esistenza, e al mondo, alla natura, alla condizione umana tout court . Come Flaubert, come Leopardi, e come Samuel Beckett, al quale Bernhard deve molto, e giustamente, insomma: da chi altri sarebbe dovuto partire uno scrittore per spingersi oltre nel baratro della vita? In Una festa per Boris , del 1970, la matrice beckettiana è evidente: una commedia dove sono tutti storpi, invalidi senza gambe in sedia a rotelle. Chiusi in un ricovero dove i letti sono troppi corti, l'unico avvantaggiato, in uno strepitoso dialogo tragicomico, è un vecchio invalido, che prima della mutilazione aveva il busto corto e le gambe lunghe. È, se vogliamo, ciò che accade nell'evoluzione darwiniana, la fortuna di un adattamento accidentale. Da qui il dramma dei corpi come metafora del dramma senza uscita e senza fine della vita: «Dover dormire| e non potersi stendere| Lei stessa sa com'è| quando non si hanno più le gambe| E se non si hanno più le gambe| non ci si può più stendere nella notte».

Così ne La forza dell'abitudine (1974) un piccolo circo che ripete stancamente i preparativi per lo spettacolo è simile alla vita, dal microbo all'homo sapiens, che non può far altro che ripetere se stessa da miliardi di anni. O nel meraviglioso Il riformatore del mondo (1980) dove il personaggio monologante attende di ricevere la laurea honoris causa, riconoscimento per un fantomatico saggio utopistico per salvare il mondo, un uomo segregato in casa, ormai vecchio, stanco e sordo, in attesa di una fine che si avvicina e non arriva mai, torturato e torturatore. «Vogliamo annientare quelli che ci tormentano| ma non li eliminiamo subito| l'impeto distruttivo| si placa soltanto tormentando le nostre vittime| in maniera estenuante| Non si dovrebbe farlo in realtà| non si dovrebbe farlo assolutamente| Però noi non costringiamo nessuno a rimanere| La gente ci si attacca addosso| si attaccano addosso a noi| ed è per questo che li tormentiamo senza tregua| anche loro sperano| nella nostra distruzione| siamo le loro vittime».

Per comprendere Bernhard non si possono applicare cliché marxisti, il mito del buon selvaggio, la solita griglia interpretativa sociopolitica dell'intellettuale impegnato, lo si sminuirebbe e basta. Sarebbe meglio ricorrere alla biologia, a una ribellione più universale, più organica, a un'intolleranza cosmica per ogni illusione umana e umanistica, letteraria e filosofica e perfino procreativa. Quando, in un'intervista riportata in appendice, gli viene chiesto se c'è almeno una persona che lui non consideri un idiota, Bernhard risponde semplicemente: «No, nessuno, è questo il fatto». È sempre uno spietatissimo j'accuse contro la natura senza mezzi termini, senza equivoci. Tantomeno gli importa di essere letto, detesta i lettori e le loro lettere, che butta senza aprirle, gli fa orrore ogni idea di contatto, di condivisione. E è impossibile, come si è fatto per Camus, Nietzsche, Kierkegaard o Cioran, incastrarlo in qualche metafisica esistenzialista di ritorno.

Non si tira indietro neppure quando gli viene ricordata una sua dichiarazione in cui diceva che si dovrebbero tagliare le orecchie a tutte le madri, con una risposta geniale, in linea con il senso della sua opera: si partoriscono adulti, non bambini. Per cui «è un errore credere, come fa la gente, che si mettono al mondo dei bambini. È semplice. Si mettono al mondo degli adulti, non dei bambini. Può trattarsi di schifosi bottegai, sudaticci e panciuti, oppure di assassini e massacratori, ma mai di bambini. La gente dice che aspetta un bambino ma in realtà stanno mettendo al mondo un vecchio di ottant'anni che puzza, è cieco, e che non riesce a muoversi dalla gotta. Ma non riescono a capirlo, e così la natura continua il suo corso e questo merdaio non cambia mai».