Bizzosa, folle, immaginifica: una Biennale di Venezia che stupisce

La mostra curata (e sognata) da Gioni non scopre tendenze e ricerche nell'arte, ma è una grande enciclopedia del '900

da Venezia

Dovremo essere riconoscenti a Massimiliano Gioni per la straordinaria e dotta edizione della Biennale di Venezia che ha curato senza cedere alle lusinghe dell'arte e del mercato del nostro tempo.
La sua mostra non intende documentare tendenze e ricerche, ma risalire a una ossessione, una visione interiore che la modernità vuole esprimere a partire dalla sostituzione della religione con la psicoanalisi, dell'anima con l'inconscio. E se i segni espressi dalla contemporaneità si possono far risalire, nella vulgata storiografica, a Ensor, a Van Gogh, a Munch, e, ancora, a Gauguin e a Cezanne, nella ricostruzione di Gioni il punto di partenza, sotto la volta Art Noveau di Galileo Chini nel Padiglione Centrale ai Giardini, è esplicitamente Carl Gustav Jung, con il Liber novus, o Libro rosso, un vero e proprio codice miniato concepito cent'anni fa, nel 1913, ed elaborato in 16 anni. Partendo da Jung (e non per esempio dai futuristi), il percorso articolatissimo di Gioni disegna una storia «parallela», in cui entrano alienazione, alterità, follia.

Gioni classifica archetipi, «immagini primordiali», e propriamente, immagini prime, perché definisce storie infinite, a partire da esperienze del sentire e del vedere diverse per ognuno di noi. Per questo sorprende il Libro rosso di Jung, come un caleidoscopio di immagini e colori. È una partenza evocativa e formidabile, che determinerà, sulla falsariga del Palazzo Enciclopedico di Marino Auriti, un percorso tanto rigoroso quanto capriccioso. Si può presumere, infatti, che un'enciclopedia, nella sua pretesa universale e totalitaria, sia per molte parti simile a un'altra in uno spirito onnivoro di conoscenza. D'altra parte, con finezza, Gioni pone a epigrafe del suo saggio un pensiero di Platone evidenziato da Athanasius Kircher nell'Ars Magna Sciendi: «Niente è più dolce che sapere tutto».

Non si potrebbe dare miglior viatico, ma il risultato è singolare. Nessuna enciclopedia è uguale a un'altra, e il percorso di Gioni non è né oggettivo né prevedibile. Soltanto il suo, distinto e irripetibile. Così personale, pur nella pretesa universale, da essere faticosamente memorizzabile. Gioni procede per accumulo, per affinità di immagini, ma seleziona secondo un istinto o un desiderio irriproducibili. Soltanto così si spiega la incomprensibile assenza di Wiliam Blake, di Amos Nattini, di Strindberg, così come del più affine a Gioni per metodo e visione, e per di più vivente, che è Luigi Serafini, con il suo Codex Seraphinianus. Non so se escluso o dimenticato, irragionevolmente. Ma così pertinente da aver determinato un sussulto della memoria in Gioni, quando, vedendomi entrare nel suo Padiglione, mi ha preannunciato: «Ti piacerà, a te che piace il Codex Seraphinianus». Evidentemente a lui così connaturato e familiare, da non aver ritenuto necessario esporlo.

Che questa visione totale, ma inevitabilmente parziale e di parte, lo avverte lo stesso Gioni annunciando: "Il Palazzo Enciclopedico è una mostra sulla conoscenza, sul desiderio di vedere e sapere tutto, e sul punto in cui questo desiderio si trasforma in ossessione e paranoia. Pertanto è anche una mostra sull'impossibilità di sapere, sul fallimento di una conoscenza totale e sulla malinconia che ci travolge di fronte all'evidente constatazione che i nostri sforzi saranno inutili». Per questo ognuno di noi, applicandosi alle sue conoscenze, costruirebbe un diverso Palazzo Enciclopedico con alcune stanze comuni e moltissime diverse da quelle selezionate da Gioni. Non potranno così mancare i disegni di Rudolfh Steiner o i simboli geometrici di Hilma af Klint, o le composizioni simboliche sul mondo spirituale di Augustin Lesage. Ma Gioni vuole trascinarci nella spirale delle sue visioni e dei suoi desideri. Così riesuma un originale zodiaco di Aleister Crowley i cui riti furono celebrati anche in una casa di Cefalù, luogo di spiriti e apparizioni. Numerose anche le curiosità, come le 387 case di Peter Fritz recuperate nella spazzatura da Oliver Croy e Oliver Elser, o gli animali intagliati di Levi Fischer Ames. Ci si può chiedere: perché questi e non gli animali di Felice Tosalli, più sofisticati?

Che cosa muove la selezione di Gioni? Certamente inevitabili le pietre parlanti e vive di Roger Caillois, dalle forme imprevedibili nelle materie preziose. Curiosità senza limiti, ricercate anche in artisti celebrati come Duane Hanson e John DeAndrea. In qualche modo affini, nella dimensione visionaria, sono Friedrich Schörder-Sonnenstern e Hans Schärer. Ma vere e proprie scoperte sono i meravigliosi Thierry De Cordier, con i suoi mari e le sue montagne bituminosi, Ellen Altfest, con la sua rarefazione e esecuzione quasi miniaturistica di teste e corpi umani.

Gioni vuole stupirci e continua con una commovente proposta di Karol Rama, con alcuni pastelli floreali di Anna Zenankova, con le fotografie di centinaia di acconciature di J.D'Okhai Ojeikere, riprese da modelle in gran parte di spalle. Vere scoperte, in un mare magnum di sorprendenti novità, sono le terrecotte comiche di Peter Fischli e David Weiss, del genere I genitori di Albert Einstein in riposo postcoitale dopo aver appena concepito il genio, le visioni stregate di Dorothea Tanning, le sculture monumentali e potentemente grezze di Hans Josephsohn. Ogni scelta pertinente e motivata. Ogni cosa al posto giusto. Con grandissima eleganza di allestimento, e alternando incursioni imprevedibili, come una serie di bambini con le madri mascherate di Linda Fregni Nagler, con una selezione di opere di Enrico Baj.

Gioni ci porta dentro il suo sogno, popolato d'immagini soltanto sue, mostrandoci il necessario superfluo e il superfluo necessario; e in un caso almeno ci offre una gioia purissima: una serie di terrecotte di Shinichi Sawada, un artista giovanissimo, nato nel 1987 a Otsu, in Giappone, affetto da una grave forma di autismo. Sawada popola il suo studio, in cima a una montagna, di draghi, demoni, maschere ululanti, come piccoli animali preistorici, con spuntoni di creta. Non si contano le novità tra gli artisti scomparsi e quelli viventi, interpretando perfettamente il pensiero di Hans Belting: «In nessun altro ambito meglio che in quello del sogno l'essere umano ci appare come il luogo naturale delle immagini».
Un percorso iniziatico, contagioso, competitivo. Dureranno a lungo, nella memoria, le immagini scelte, per questa immaginifica esposizione, da Massimiliano Gioni. E che non sembri una Biennale, poco importa.