Ma che sciccheria i libri sul dolore di Africa e Palestina

La riflessione sulla condizione umana è morta. Al suo posto un'invasione di romanzi su Somalia, Sudan, Libano o Israele

Non so se ve ne siete accorti ma nella narrativa non c'è più tragedia romanzabile che non sia legata a una guerra, meglio se etnica. O a un olocausto, meglio se ebraico. E soprattutto a un popolo oppresso, meglio se africano, meglio ancora palestinese. Il dramma umano, in sé, non esiste. Se volete sapere qualcosa della condizione umana meglio leggere Antonio Damasio o Michael Gazzaniga, due neuroscienziati più appassionanti perfino dal punto di vista romanzesco.
Sarà colpa del multiculturalismo, sarà colpa del bovarismo radicalchic di chi sta bene che ama leggere di chi sta male per consolarsi di stare meglio. Sarà l'assenza del canone letterario denunciata da Harold Bloom, per cui è come se nella letteratura occidentale non fosse successo niente e Kafka, al limite, è un nome buono da mettere nei titoli per vendere di più, per inspiegabili ragioni.
Una cosa è certa: se entrate in una libreria e cercate Beckett faticate a trovarlo, anche perché non si capirebbe più perché Malone muore: era forse un profugo nigeriano? Cosa aveva da tormentarsi tanto? Di conseguenza L'innominabile, il capolavoro della trilogia di Beckett, è diventato l'introvabile, ma in compenso l'Einaudi stampa Wu Ming 2 e Mohamed Antar, Timira, sottotitolo Romanzo meticcio (a quattro mani), perché come la protagonista Timira «siamo tutti profughi senza fissa dimora nell'intrico del mondo», tutti sospesi tra Europa e Africa. È vero anche che di questo passo se usciamo dall'Europa in Africa ci finiamo noi.
Va molto di moda essere mezzi e mezzi, e soffrire per questa ragione. Nel romanzo di Jabbour Douaihy, San Giorgio guardava altrove (Feltrinelli), la protagonista racconta la guerra civile in Libano e il dramma della sua doppia appartenenza religiosa, cristiana e musulmana. Non me ne frega niente, quindi come San Giorgio guardo altrove pure io. Per carità, giornalisticamente sarebbero interessanti, una volta sarebbero stati dei bellissimi articoli di Epoca e de L'Espresso, invece no, bisogna scriverci romanzi. O reportage di successo con copertine simili a depliant di Ong, si veda l'ultimo reportage di Ryszard Kapuscinski che campeggia in tutte le vetrine, Se tutta l'Africa, tanto per cambiare. Che tra l'altro fanno concorrenza sleale e razzista ai libri venduti dagli africani fuori dalle Feltrinelli, pensate che stronzi questi lettori: leggono la storia strappalacrime del negro romanzato e tirano dritto davanti al povero negro in carne e ossa che ti aspetta fuori dalla porta per venderti il suo libro africano non romanzato.
Anche Mondadori sul piatto ricco ci si ficca e punta sul filone libanese, con il romanzo I miei sogni nei tuoi di Alawiya Sobh, che racconta l'oppressione di una donna nel mondo islamico e il suo sogno di libertà eccetera eccetera. L'onomastica credo sia un criterio di selezione editoriale discriminante, i nomi più sono impronunciabili più tirano. Almeno Walter Veltroni era un africano bianco facile da ricordare. Con conversazioni tipo: «Cosa stai leggendo?». «Ho appena finito Alawiya Sobh, sto iniziando Jabbour Douaily» e bisogna mettersi d'accordo sulla pronuncia per capire che stiamo parlando dello stesso autore. Se non volete correre troppi rischi puntate sulla semplice (si fa per dire) Yasmina Khadra, la tragedia etnica su cui punta Marsilio, con un romanzo il cui titolo è una garanzia: L'equazione africana. Non si fosse capito la copertina strilla: «Il Darfur, mi trovo nel Darfur, terra lontana e martoriata di conflitti».
In ogni caso l'ideale, nella narrativa in bilico sui confini, è fondere i mondi, specialmente il mondo islamico con quello ebraico, due piccioni con una fava. Come il romanzo La gente come noi non ha paura di Shani Boianjiu sulle donne soldato che crescono in un piccolo villaggio israeliano al confine con il Libano e racconta dei bambini palestinesi straziati eccetera eccetera. Io per reazione etnica e orgoglio nazionale mi sono comprato tutti i libri di Chiara Gamberale, che ho incontrato alla festa di Nuovi Argomenti e mi ha domandato perché in tutti questi anni non avessi mai parlato male di lei. Già, perché? È ovvio: non è africana come tutti gli altri scrittori italiani, anche il suo Le luci nella case degli altri è una casa di Roma senza profughi, un miracolo. In compenso mi ha detto che ha adottato un ragazzo africano che tiene a casa, immagino per non sentirsi in colpa.
Insomma, l'andazzo è questo, ma forse il campo (profughi) narrativo era preparato già da tempo, se perfino per legittimare Kafka abbiamo avuto bisogno di farne un precursore dei campi di concentramento, di Sade e Nietzsche dei precursori del nazismo, di Primo Levi un posticipatore di Kafka. Oggi non capiremmo più neppure Leopardi: cosa aveva da fissare oltre la siepe? C'era forse il confine della Striscia di Gaza?